venerdì 13 febbraio 2015

Opera made simple: scopriamo "Il Trovatore"... - Parte terza: la gitana

1. La gitana: "Vedi le fosche notturne spoglie..."

Il cambio di scena ci porta alla seconda parte dell'opera, "La gitana". Quando si apre il sipario, ci troviamo nel mezzo di un accampamento gitano (detto altrimenti, di un campo rom, più o meno) nella ridente terra di Biscaglia.

Nota geografica: la Biscaglia fa parte dei Paesi Baschi e si trova a nord della Spagna, come possiamo vedere nell'immagine qui sotto (graziosamente fornita da Wikipedia):


E' la regione in cui si trova Bilbao, una delle città che devo visitare prima o poi, se non altro almeno per vedere il Guggenheim Museum.

Bilbao...
...e il Guggenheim Museum

Ma nella seconda parte del Trovatore non ci sono né graziose città del País Vasco né Musei di Arte Moderna. C'è, molto semplicemente, un villaggio gitano alquanto sgangherato ai piedi di un monte.

Io mi immagino qualcosa del genere: panni stesi ad asciugare, qualcuno che canta, il Django Reinhardt di turno che suona un po' di jazz manouche...


...oppure, visto che in fondo la musica del popolo rom spagnolo è il flamenco (anche se l'Andalusia è lontana dal golfo di Biscaglia), qualche chitarrista che butta lì due o tre accordi perché qualcuno possa ballare.


Qualcosa del genere, insomma:

"Chi del gitano i giorni abbella?/ La zingarella" "Stride la vampa..."
Credo che anche Verdi si immaginasse un'atmosfera del genere, tant'è che, non appena la scena si apre, troviamo tutti i gitani che cantano insieme il cosiddetto "coro delle incudini" (così chiamato per il semplice motivo che nel ritornello si sente il rumore delle incudini che i gitani stanno percuotendo nel corso del loro lavoro), altrimenti detto Vedi le fosche notturne spoglie.



2. La gitana: il racconto di Azucena

Nel villaggio gitano troviamo anche Manrico e Azucena: infatti, dalla fine del primo atto, in cui avevamo lasciato Manrico in procinto di battersi con il Conte di Luna, sono successe due cose:

1) Manrico ha vinto il duello, ma ha preferito risparmiare la vita al Conte, vedremo dopo perché
2) Successivamente, Manrico è stato ferito in battaglia (Il rio De Luna/su me piombò col suo drappello: io caddi... /però... da forte io caddi!) ed è corsa voce che fosse morto. Quindi Azucena lo è andato a cercare per seppellirlo, ma lo ha trovato ancora vivo, per cui l'ha portato nel suo villaggio per curarlo e ora sta abbastanza bene.

Quindi, nel villaggio gitano l'atmosfera, come dicevamo, è allegra, ma questo clima festoso si stempera subito: infatti, quasi subito Azucena racconta ancora una volta l'antefatto e questo è interessante per due motivi:

  1. In primo luogo dimostra come Verdi (o il suo librettista Cammarano) non avesse grande fiducia nel suo pubblico e non lo considerasse sufficientemente dotato di memoria a breve termine per ricordare quanto aveva detto Ferrando all'inizio del primo atto (grazie per la stima, Peppino!)
  2. In secondo luogo è interessante in relazione al tema che abbiamo accennato prima della centralità dell'aspetto narrativo nel Trovatore. Infatti, Azucena ci racconta ancora una volta la storia, solo che ce la racconta dal suo punto di vista, che è ovviamente opposto rispetto a quello di Ferrando, in quanto, laddove Ferrando vedeva la madre di Azucena come una strega, Azucena la vede come una vittima di un'ingiustizia che lei ha cercato di vendicare. E' interessante  questa sorta di narrazione polifonica, in cui lo stesso evento viene presentato da diversi personaggi con ottiche e punti di vista diversi. Inoltre, questa insistenza sulla narrazione dell'antefatto dimostra inoltre anche un'altra cosa: gli eventi che vediamo sulla scena non sono la parte più importante della vicenda né il motore della storia del Trovatore. Il motore della storia sta nell'antefatto, in quella sorta di evento generatore (la morte della madre di Azucena e la vendetta di quest'ultima) da cui dipendono tutte le azioni dei personaggi in scena. Ci sono, potremmo dire, nel Trovatore, due tipi di personaggi: quelli che vivono nel passato, in una sorta di continua rievocazione dell'evento motore della vicenda (Azucena e Ferrando) e quelli che vivono nel presente (il Conte di Luna, Manrico e Leonora) e che farebbero benissimo a meno di rievocare quella vicenda di morte e vendetta avvenuta tanti anni prima. Ma l'evento motore, un po' come la maledizione del Rigoletto, finirà per segnare i destini anche dei personaggi che non l'hanno vissuto direttamente: alla fine, come vedremo, sia Manrico che Leonora che il Conte di Luna rimarranno invischiati nello spettro melmoso di quel passato che si ostina a non volersene andare.
Comunque, Azucena racconta e aggiunge un particolare che non sapevamo: infatti, ci informa che ella non ha ucciso il figlio del Conte di Luna ma il proprio figlio, per via di un errore di valutazione verosimilmente legato a problemi di miopia. Non si spiega altrimenti: va bene la fretta e tutto quello che vuoi, ma bruciare un bambino invece di un altro (con tanto di scenetta comica con il figlio del Conte che le fa ciao-ciao dopo che lei è convinta di averlo ucciso: Pur volgo intorno il guardo e innanzi a me vegg'io.../ dell'empio Conte il figlio!) significa avere seri problemi di diottrie.



Ma vabbé, passiamo oltre.

3. La gitana: "Non son tuo figlio? E chi son io?"

La scoperta di questo particolare sconcertante fa mettere in moto le cellule cerebrali di Manrico che finora abbiamo visto impegnate solamente nella virile arte di prendersi a mazzate con il Conte per una donna. Manrico fa due più due: se prima c'erano due bambini, il figlio di Azucena e il figlio del Conte, e il figlio di Azucena è stato bruciato, allora...

"...io sono il figlio del Conte! " sarebbe la risposta più logica ma no, mi dispiace, a questo il caro Manrico non ci arriva. Lui arriva alla conclusione - comunque corretta - di non essere il figlio di Azucena. Azucena gli dice no, guarda, tu sei mio figlio, non ti preoccupare e, a riprova di questo, gli dice: "Se tu non fossi stato mio figlio, non ti sarei venuta a salvare quando sei stato ferito in battaglia!"

Ma Manrico ormai ha subodorato qualcosa.

"Sai, ma' - dice ad Azucena - mi è successa una cosa strana quando ho fatto il duello con il Conte di Luna per Leonora. Infatti, avevo vinto e lui era caduto a terra, ma, mentre stavo per ucciderlo, mi ha preso una strana pietà di lui e gli ho risparmiato la vita." Come vedete, il ragazzo, seppur non sveglissimo, ha intuito quella che sarà poi la scopertona che tutti noi faremo in fondo, cioè che è il fratello del Conte.

Possiamo sentire qui sotto il racconto che Manrico fa di questa strana pietà, in una delle arie più belle dell'opera:


Quindi, abbiamo di nuovo un racconto (la dimensione narrativa del Trovatore che ritorna ancora una volta!) e questo racconto aggiunge ancora, seppur confusamente, un piccolo particolare all'antefatto, perché ci fa intuire che il Conte di Luna e Manrico sono fratelli. Quindi, ricorre ancora una volta questo continuo ritornare all'evento motore della vicenda, all'evento primigenio da cui tutto dipende, mediante racconti, intuizioni, visioni.

Ora, come reagisce Azucena alla scoperta da parte di Manrico di quello che lei sa bene, cioè che è il fratello del Conte? Gli dice: "Ah, guarda che hai proprio capito, bravo Manny!"? Ma manco per idea, perché il suo principale obiettivo non è fare un ricongiungimento familiare in stile C'è posta per te ("Allooora, Manrigo, qui c'è il Gonde per te... vuoi vedere l'errevuemme?"), ma vendicare la madre. Quindi si limita a dire a Manrico: "Hai fatto una gran cazzata a non ammazzare il Conte. La prossima volta cerca di ucciderlo, eh!".

Mi vendica!

E dunque il passato, con i suoi rancori e le sue promesse di vendetta, invischia anche chi, come Manrico, non c'entra niente con le vicende dell'antefatto. Manrico ha in mente una sola cosa, infatti: fare zompa-zompa con Leonora e infatti, non appena entra un messo ad annunciargli che Leonora ha sentito le voci che dicono che Manrico sia morto in battaglia e sta per farsi suora, parte per rapirla dal convento fregandosene altissimamente delle proteste della madre.




martedì 10 febbraio 2015

Opera made simple: scopriamo "Il Trovatore"... - Parte seconda: Il duello

Cominciamo ora a entrare nel vivo dell'opera affrontando la prima parte del Trovatore. Un po' bizzarramente, in quest'opera, invece della consueta divisione in atti, troviamo una divisione in quattro parti ciascuna dotata di un proprio titolo.

Le parti in questione sono:
  1. Il duello
  2. La gitana
  3. Il figlio della zingara
  4. Il supplizio
...e quindi, appena si alza il sipario, inizia la prima parte, Il duello.

1. Il duello: il setting e il contesto storico

All'inizio dell'opera, ci troviamo a Saragozza, nel palazzo dell'Aljafería. Cioè siamo nel palazzo che potete vedere qui sotto,

Il palazzo dell'Aljafería by day and by night

che fu costruito dagli Arabi nel IX secolo e poi, dopo la riconquista di Saragozza da parte dei cristiani, usato come sede da parte dei re di Aragona. Ed è proprio per il re di Aragona che parteggia il Conte di Luna, un nobiluomo aragonese che impareremo a conoscere bene nel corso della vicenda, mentre Leonora, la donna amata dal Conte, è la dama di compagnia della Regina di Aragona.

Gli interni del Palazzo dell'Aljafería

E Manrico? No, Manrico non parteggia per il re di Aragona, ma per capire questo aspetto dobbiamo immergerci un attimo nella storia spagnola.

Il giardino interno del Palazzo dell'Aljafería
Nel 1412, il conte di Urgel aveva provato a presentare la propria candidatura alla corona di Aragona, visto che il re Martino I "l'Umano" era morto senza lasciare eredi. Non ce l'aveva fatta, dal momento che i rappresentanti dei regni di Aragona e di Valencia e del principato di Catalogna, dopo aver valutato i vari candidati, avevano nominato re, con il cosiddetto Compromesso di Caspe, Fernando I d'Aragona.

Il nostro Urgel non l'aveva presa bene e nel 1413 aveva preso le armi contro il re Fernando I. Non gli andò granché bene, visto che la rivolta fu soffocata nel giro di pochi mesi e lui fu condannato alla prigione perpetua, in ogni caso, Il trovatore è ambientato nei pochi mesi della rivolta del conte Urgel e i due personaggi  principali dell'opera, manco a dirlo, si trovano su fronti opposti:

1) Manrico è un ufficiale dell'esercito del conte Urgel
2) Il Conte di Luna, come già detto, parteggia invece per il re Fernando I d'Aragona

I due si conoscono - lo apprendiamo nella prima parte dell'opera - già da prima dell'inizio delle vicende presentate in scena e non si trovano simpatici.

A questo punto, possiamo far alzare il sipario: abbiamo tutto quello che è necessario per capire la prima parte dell'opera...

2. Il duello: il racconto di Ferrando

Appena il sipario si alza, siamo in presenza di una allegra scena di svacco generale: è notte, siamo nell'atrio del Palazzo dell'Aljafería (cioè nel luogo che possiamo vedere nell'immagine qui sotto)



e l'atmosfera è un po' da "rompete le righe": ci sono un po' di soldati stravaccati a destra, un po' di soldati stravaccati a sinistra e Ferrando, che è il capo delle guardie del Conte di Luna e verosimilmente non vuole prendersi un cazziatone per l'atmosfera "flower power" che si è venuta a creare, cerca di richiamare tutti all'ordine.

I soldati gli danno retta, però, per stare svegli, gli chiedono di raccontare loro la storia di García, il fratello del Conte di Luna che molto tempo prima è stato rapito e ucciso. Ferrando lo fa e gli racconta la storia che già sappiamo, cioè che la madre di Azucena è stata uccisa per stregoneria e Azucena, per vendetta, ha rapito e bruciato il figlio del Conte di Luna. Ferrando aggiunge inoltre che gli piacerebbe ritrovare Azucena per poterla uccidere.

"Di due figli vivea padre beato/Il buon Conte di Luna..."

Tutte cose che già sappiamo, insomma. Quello cui vi prego di prestare attenzione sono le parole con cui i soldati chiedono a Ferrando di raccontare loro la storia. Essi dicono:

Dalle gravi palpebre
il sonno a discacciar, 
la vera storia ci narra di Garzia, 
germano al nostro Conte

Vedremo che, quando Berio, nella seconda metà del Novecento, scriverà un'opera riprendendo in parte Il trovatore, la chiamerà appunto La vera storia, richiamando così la dimensione narrativa che attraversa l'intero Trovatore.

Comunque, qui sotto potete sentire questo primo frammento dell'opera:


3. Il duello: Leonora, Manrico e il Conte di Luna

I giardini del Palazzo dell'Aljafería, dove si svolge la seconda parte del primo atto
Dopo che Ferrando ci ha raccontato l'antefatto, l'azione si sposta nei giardini del Palazzo, dove Leonora aspetta il Trovatore, che poi è Manrico. L'ha conosciuto prima che la guerra civile cominciasse durante un torneo, poi l'ha perso di vista durante la guerra ma ecco che da qualche sera egli è ricomparso con il suo liuto a farle la serenata sotto casa.


Quello che Leonora non sa è che quella sera ad aspettare il Trovatore c'è anche il Conte di Luna, che sa della storia del Trovatore che va a fare la serenata a Leonora ed è geloso, visto che anche lui ama Leonora. Quindi, quando il Trovatore arriva e le fa la serenata, Leonora scende e si butta tra le braccia del primo che trova pensando che si tratti di Manrico. E invece no: scopre con sommo rammarico che ha dichiarato il suo amore alla persona sbagliata, cioè al Conte di Luna.

Questo giochino dello scambio di persona è abbastanza frequente in Verdi (che lo usa anche, per dire, nel Don Carlos) e in effetti funziona per movimentare la trama, perché immediatamente Manrico entra in scena accusando Leonora di tradimento, Leonora replica che "Oh, caro, ma io pensavo che fossi tu"

LEONORA:
Qual voce!... Ah, dalle tenebre 
tratta in errore io fui! 
(riconosce entrambi e gettasi ai piè di Manrico; agitatissima) 
A te credei rivolgere
l'accento e non a lui... 
A te, che l'alma mia
sol chiede, sol desia... 
Io t'amo, il giuro, io t'amo
d'immenso, eterno amor! 

e il Conte di Luna si incazza come una biscia perché già si deve sopportare Manrico come nemico in battaglia, ci mancava solo che dovesse contendere con lui per la stessa donna.

Di geloso amor sprezzato/arde in me tremendo il foco!/Il tuo sangue, o sciagurato,/ ad estinguerlo fia poco!

Comunque sia, la scena si conclude con Manrico e il Conte che si allontanano con le spade sguainate per duellare e con Leonora che, tanto per darsi un'aria e non rimanere lì come una pera cotta, sviene come nella migliore tradizione dell'Opera italiana.


A questo punto il sipario si chiude e io vi do appuntamento alla prossima puntata per la seconda parte dell'opera, La Gitana.

P.S.: se siete interessati al libretto completo del Trovatore potete trovarlo qui oppure qui.

lunedì 9 febbraio 2015

Opera made simple: scopriamo "Il Trovatore". - Parte prima: L'antefatto, i personaggi e il librettista

Uno dei grandi misteri dell'opera italiana è la trama del "Trovatore". Anzi, di solito viene utilizzata per esprimere la complessità (diciamo il gran casino e la poca logicità) dell'opera italiana stessa (come se la trama del Ring di Ricky Wagner fosse semplice, con i suoi nani cattivi e i suoi personaggi con scarsa fortuna - "Ehi, ti amo, non ci siamo mai visti!" "Ah, anch'io ti amo, è proprio vero che non ci siamo mai visti" e poi viene fuori che erano fratelli -  ma vabbé). Ma è veramente così?

Insomma.

Diciamo che il grosso problema del "Trovatore" risiede nel fatto che la trama si divide in due grossi tronconi:

1) Uno, che riguarda la morte della madre di Azucena e la vendetta di Azucena stessa, è avvenuto nel passato e sulla scena compare solo nei racconti che vengono fatti ogni tanto (ricordiamocelo questo, visto che l'elemento del racconto è centrale nel "Trovatore")
2) Uno, più semplice e più da opera italiana standard, riguarda l'amore del Conte di Luna e di Manrico (AKA Il Trovatore) per la stessa donna, Leonora.

Ecco, la questione è che, anche se noi sulla scena vediamo soltanto il secondo troncone, in realtà la maggior parte dei personaggi agisce in base a quello che è avvenuto nel passato di cui sentiamo parlare solo nei racconti di Ferrando all'inizio dell'opera e di Azucena nella scena dell'accampamento gitano. Quindi, se non sappiamo bene quale è stato l'evento comune, l'evento motore che guida almeno tre personaggi nell'opera (Azucena, Ferrando e il Conte di Luna), comprendiamo assai poco.

1. Cosa è successo prima: l'antefatto

L'antefatto lo apprendiamo da Azucena e da Ferrando in due racconti separati. E' accaduto che la madre di Azucena sia stata accusata di stregoneria per essere stata vicino al figlio del precedente Conte di Luna, che poi si era ammalato. Era stata pertanto bruciata sul rogo e Azucena, per vendetta, aveva rapito il figlio del  precedente Conte di Luna (e fratello del Conte di Luna che noi vediamo in scena) e l'aveva bruciato.

Piccolo problema: dopo averlo bruciato, si rende conto di aver fatto un piccolissimo errore. Ossia, non ha bruciato il figlio del Conte ma il suo (di Azucena). Non mi chiedete come sia possibile questa minuscola svista - verosimilmente, trattasi di miopia e di scarsa capacità di attenzione - comunque questa storia contiene un insegnamento per tutti noi: se volete fare una vendetta drammatica e sanguinosa, fate il favore di comprarvi degli occhiali prima. La direzione ringrazia.

Da questo antefatto dipendono gran parte degli eventi che vedremo in scena perché:

1) Il Conte di Luna vuole uccidere Azucena per vendicare il fratello che lui crede essere stato ucciso
2) Il suddetto fratello in realtà è cresciuto ed è diventato Manrico (AKA Il trovatore), arcinemico del Conte di Luna. Solo che né Manrico né il Conte sanno di essere fratelli
3) Azucena vuole vendicarsi del Conte di Luna (quello attuale, visto che quell'altro è morto) per l'uccisione della madre.
4) Ferrando dice all'inizio dell'opera di saper riconoscere la figlia della zingara uccisa sul rogo e di poter dunque aiutare il Conte di Luna nella sua ricerca di vendetta. Come vedremo, dimostrerà di avere buona memoria.

2. I personaggi dell'opera

Manrico AKA "Il trovatore": ama Leonora e infatti gli va a suonare sotto casa ogni sera con il suo liuto (il liuto ce l'ho aggiunto io, potete metterci lo strumento che preferite).

Leonora, invece di mandarlo a quel paese per le serenate moleste, lo ama, anche se lui, come vedremo, privilegia la salvezza di Azucena ad un tranquillo matrimonio con Leonora (si sa, del resto, che la mamma è sempre la mamma). E' fratello del Conte di Luna, ma né il conte di Luna né Manrico lo sanno. Tenore.

Leonora: è tanto bellina e sia il Conte di Luna che Manrico vorrebbero fare zompa-zompa con lei (senza peraltro altro risultato significativo di passare buona parte dell'opera a picchiarsi tra loro). Lei preferirebbe Manrico, peccato però che alla prima occasione buona lo confonda con il Conte di Luna, complice, verosimilmente, una forte miopia. Soprano.


Il Conte di Luna: è il cattivo dell'opera e ce l'ha praticamente con tutti: con Manrico per questioni politiche (Manrico combatte nell'esercito del nemico del Conte di Luna) e per questioni di donne (soprattutto per questioni di donne, visto che tutta l'opera ruota intorno a: "Leonora me la prendo io!" "No, io!" "No, io!", dal qual trattamento di Leonora in stile pacco postale possiamo intuire come quest'opera sia fortemente protofemminista), 



con Azucena perché lui crede che gli abbia ammazzato il fratello, con l'antennista perché la televisione gli si è piantata nel mezzo della finale di Champions'. In pratica, è una versione cantante di Sgarbi, con un po' di volgarità in meno e un po' di spirito cavalleresco in più. Quando alla fine scopre che Manrico, che ha appena fatto ammazzare, è suo fratello, ci resta alquanto male. Baritono.

Azucena AKA "la zingara": mi scuso con i fan del politically correct e preciso che il termine corretto sarebbe romanò, secondo wikipedia. Ma l'Ottocento era un secolo buio, non molto politicamente corretto e quindi ecco che per tutta l'opera il buon Salvatore Cammarano (è l'autore del libretto, ne riparleremo) parla di "zingari" e "zingara" con il chiaro intento di anticipare le notevoli interpretazioni della mitica Katherine J. Junior (o forse era semplicemente il nonno di Salvini).


Anyway,  Azucena è un personaggio strano. Ce l'ha con tutti, come il Conte di Luna, ma ce l'ha talmente tanto che comunque vadano le cose lei è contenta, perché si è vendicata di qualcuno: emblematicamente, quando alla fine dell'opera Manrico viene ammazzato, lei fa i salti di gioia perché aver fatto ammazzare Manrico, che poi è il fratello del Conte di Luna, informando solo dopo la di lui morte il conte di Luna dell'imbarazzante parentela le sembra un modo fantastico di vendicare la madre. Mah. A me non sembra geniale, però fai pure, Azuce'.



Comunque, non è molto sveglia, visto che brucia suo figlio invece del figlio del Conte di Luna. Probabilmente va dallo stesso spacciatore di lenti a contatto di Leonora. Mezzosoprano o contralto.

3. Il librettista

Trattasi di Messer Salvadore Cammarano, famoso soprattutto per aver scritto il libretto della mia opera preferita, cioè della Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti. Qui sotto trovate l'immagine, dalla quale si evince quale uomo simpatico fosse.


Tra parentesi, a me piace più il modo di scrivere di Cammarano rispetto a quello di Piave (che sarebbe il librettista simbolo di Verdi, autore dei libretti di Traviata e del Rigoletto), lo trovo meno pomposo, ma questi sono problemi miei.

Opera characters - Jean de Procida at the mirror: talking about "Les Vêpres siciliennes"...

I don't know if you've ever seen Verdi's Les Vêpres siciliennes. You should, really. Great opera, great story, great music, great overture (have you ever listened to the Vêpres's overture? If you haven't, you can listen to it here below).



Well, I've just a little problem with the first act, which is really boring and which involves really boring music, but the rest is really OK. Wonderful. I want to talk about a character of this opera today, Jean de Procida but first I think we should say something about the opera we're talking about.

1. What are Les Vêpres siciliennes?

It is a Grand Opéra. Which, in French, means "Big Opera". The Grand Opéra is the name we give to the operas which were made in France from the 1830s up to the 1860s: in fact, all those operas had lot in common.

Like what? Well, you know that French world... la grandeur. Well, la grandeur is in everything, in the Grand Opéra. Common operas have a choir, the Grand Opéras had a big choir. Common operas have some walking-on parts, Grand Opéras have plenty of them, a huge number and the more they are, the more Grand Opératic is the Grand Opéra. Common operas may sometimes have some little ballets, Grand Opéras have very long ballets with dozens of dancers and which last for a very long time. For instance, in Les Vêpres siciliennes we have in the second act a very long ballet which lasts thirty minutes and which has absolutely nothing to do with the rest of the Opera. There is a dancing party, people dance for half an hour and that's it. No apparent relation with the rest of the Opera.

Great, isn't it?

Well, I think that right now you should know what a Grand Opéra is. We need to add something: in fact, Grand Opéras talk always about history. And Les Vêpres siciliennes talk about history: they talk about a revolt which took place in the city of Palermo in the late Thirteenth Century against the French, who had the power in Sicily at the time.

2. What do they talk about?

Have you ever seen the I-am-your-father-Luke scene of "Star wars"?


Well, Les Vêpres siciliennes are a long version of that scene. We have a young rebel, Arrigo, who fights for the freedom of his beloved Sicily and for the love of the noblewoman Elena, who is herself a rebel against the French invaders after the French killed her brother, and his arch-enemy, the French Governor of Sicily Guy de Montfort. In the first act, everything goes as we can imagine: Arrigo plains with his friend Jean de Procida to throw the French out of Sicily, Guy de Montfort plays his "arch-enemy" part and everybody's happy.

But in the second act... here's the problem. In fact, we discover that Arrigo is the son of Guy de Montfort (woops...) and so he cannot be anymore an enemy of his. And so, what will Arrigo do now? What happens next?

We have to wait to know that. In fact, here comes the great ballet I was talking in the beginning of this post. In the palace of the Governor, a dancing party takes place and we have to wait until a forty-minutes ballets ends to know the rest of the story. If you want to feel the thrill of not being able to know what will happen in Arrigo's story for forty minutes, I put here below the full music of the ballet so that you can listen to it... and wait.




Now, after the party Arrigo meets his old friends Procida and Elena and discovers they're planning to kill Guy de Montfort. But now he knows that Guy is his father and he cannot allow his father to be killed! So he betrays his friends and they're arrested and sentenced to death.

But Arrigo doesn't want his friends to die. Well, probably he's not so interested in Procida's fate, but he loves Elena and so he doesn't want her to die. So he goes to her, explains her the little thing he discovered about his father (something like this: "Sorry, my dear, I didn't want you to be killed, but I had suddenly discovered that the father I'd never knew was the bloody tyrant you were going to kill!") and asks Guy de Montfort to set her and Procida free or kill him with them. Guy shows to be a good man, after all, sets them free and decides to celebrate the marriage of Arrigo and Elena in order to promote peace between French and Sicilians.

Well, that's a happy ending!

3. Sind Sie Florestan, Herr Procida?

There's only a problem: this is not the end. In fact, during the marriage, Procida, who hasn't forgot his desire of freedom and vengeance against the French despite the brand new peace Guy is trying to promote, enters the Church with his men and kills a lot of French and Guy de Montfort himself.

And this makes us think...

Well, the end of Les Vêpres siciliennes is pretty much the same as the end of Fidelio: the hero kills the tyrant and set everyone free. But is Procida a hero as Fidelio/Leonora and her husband Florestan were in Fidelio?

I think he is: he has the same strong desire for freedom, the same strong desire for freedom Fidelio and Florestan have in the Beethoven Opera. Despite that, we can't be on Procida's side when he kills Guy de Montfort - we would prefer Guy to live and be a father for Arrigo - while at the end of Fidelio we're all happy when Don Pizarro is defeated.

Why?

I think that this difference between the feeling we have at the end of Fidelio (relief for the defeat of the tyrant) and the one we have at the end of Les Vêpres siciliennes (sadness for the death of Guy) is due simply to the different way in which Beethoven and Verdi tell the story.

While listening and watching Fidelio, in fact, we don't feel as if we were watching real people on the scene: Florestan and Leonora are symbols, Don Pizarro is a symbol too, the two lovers are symbols of the ideal of freedom, Don Pizarro is the symbol of the tyrant, so Don Pizarro has to be defeated and Leonora and Florestan have to win. Very simple, indeed.

In Les Vêpres siciliennes things are a little bit more difficult. Guy de Montfort is not only the tyrant: we see him on the scene trying to be a caring father, he seems more interested in being a father to that son he lost a long time before than in killing Sicilians or being a tyrant. So, when Procida kills him, we don't like this because Verdi showed us the human side of Guy de Montfort, his desire for peace, while Procida's constant desire for death and for killing French makes of him a sort of Dostoevskian Demon, constantly struggling to make his plans and his ideals come true without caring how much pain and blood this could cost.

Guy, in the opera, changes his point of view, from repression to a sincere desire for peace. Procida does not. Procida keeps on desiring the defeat and the death of the French even when Guy saves his life, even when he knows the identity of Arrigo's father, even when Elena says him he loves Arrigo. He has only his idea of freedom in mind and no human being can stop him from achieving it.

Procida is a little bit inhuman, other people's stories can't make him change his plans: he has to kill a symbol (Guy de Monfort, who represents the tyrant) and he does, no matter how much this costs.

He reminds me a little bit of the great dictators of the XX Century: they had great plans too and they applied them without caring about the pain and the death they costed. He reminds me also of modern terrorists - but also of the ancient ones, as we can read in Dostoevskij's Demons: they create a symbol, they then act to destroy it and they don't know or don't care that behind that symbol there's a man or a woman, with his or her dreams, his or her desires (Guy's desires to be a father to Arrigo, for instance). They act and kill, with the same inhumanity Procida shows in killing Guy de Montfort.

Because symbols are simpler to kill than men or women, aren't they?

À bientôt!

domenica 8 febbraio 2015

I personaggi dell'Opera - Jean de Procida e i moderni terroristi: uno sguardo ai "Vêpres siciliennes"

E' sempre utile scoprire qualcosa di nuovo, soprattutto in ambito operistico. Per quanto mi riguarda, scopro ogni tanto di avere pregiudizi ingiustificati nei confronti di opere che poi, guardandole, rivelano in realtà spunti interessanti.

E' il caso dei Vespri siciliani, che avevo sempre evitato di vedere, evidentemente fuorviato dal primo atto che non è esattamente una delle cose migliori mai scritte da Verdi. Colpa mia, lo ammetto: ero arrivato all'ascolto molto entusiasta per la splendida ouverture, una delle migliori del nostro Peppino, e avevo pensato che i Vespri non fossero altro che l'ennesima conferma dell'assunto che un'opera con una bella ouverture ha il 75% di probabilità di essere una grandissima schifezza (l'assunto è basato soprattutto su Donizetti, ma a volte ha funzionato anche con Verdi).



Dal secondo atto in poi l'opera assume tutt'altro spessore ed accoglie senza dubbio alcune delle migliori pagine della musica verdiana.

Ma riavvolgiamo il nastro e partiamo dal principio. Les Vêpres siciliennes vengono scritti da Verdi per Parigi nel 1855. Sono gli anni del Grand Opéra nella capitale francese e Verdi scrive un'opera che è perfettamente in linea con il gusto del tempo a partire dal librettista, quello Scribe che, dalla Muta di Portici a Roberto il Diavolo firmerà praticamente tutte o quasi le opere più rappresentative del nuovo corso del teatro in musica francese.


Ma il Grand Opéra permea in tutto i "Vêpres". Cosa vi aspettate da un Grand Opéra? Volete cori giganteschi e scene piene di gente tanto per evitare che qualche piccolo teatro possa avere la malaugurata idea di mettere in scena l'opera? Nei "Vêpres" li trovate. Volete grandi scene di danza che non c'incastrano niente con la trama ma che piacciono tanto alle signore francesi in prima fila? Ecco che nel secondo atto l'azione si interrompe per una festa da ballo che dura una mezz'oretta (tanto per far capire che si fa sul serio, sissignora, mica vorremo essere da meno dei Francesi!) sulle note del cosiddetto "Balletto delle Quattro Stagioni".




E poi c'è la storia, la storia dei Vespri Siciliani, cioè della rivolta del popolo siciliano contro l'oppressore francese, anche se nella ricostruzione degli eventi sembra esserci qualche forzatura (il viceré di Sicilia Guy de Montfort secondo la mia fonte molto alta ed attendibile - ok, non sono esattamente un amante della storia medioevale - è morto nel 1288, sei anni dopo i Vespri, mentre nell'opera viene ucciso durante la sommossa).

Della trama dei "Vêpres siciliennes" e della loro versione italiana parleremo in un altro momento, basti ricordare sommariamente che trattano la storia di un siciliano che combatte contro i Francesi e che scopre di essere il figlio dei viceré francese Guy de Montfort (sì, sono le solite agnizioni alla Luke Skywalker con conseguente dubbio amletico "Uccido mio padre o tradisco la mia patria?" che costellano il mondo dell'opera lirica).

Oggi vorrei focalizzarmi invece su un personaggio che è quello di Giovanni da Procida. Secondo me, un personaggio quasi da Demoni di Dostoevskij. Allora, il nostro Giovanni torna in Sicilia per mare dopo un lungo esilio...


...e immediatamente inizia a organizzare quelli che saranno i Vespri Siciliani. All'inizio, ci rimane simpatico: il primo atto dei "Vespri siciliani" è infatti il trionfo del manicheismo, ci sono i buoni, che sono Arrigo, Elena (la donna amata da Arrigo, nonché sorella di un nobile siciliano ucciso dai Francesi) e gli altri siciliani che lottano contro i Francesi, e ci sono i Francesi, Guy de Montfort in primis, che sono i cattivi.

Bello, no?

Se fosse un'opera di Donizetti, molto probabilmente il nostro conflitto manicheo andrebbe avanti per tutta l'opera e alla fine i Francesi cattivi ucciderebbero i Siciliani buoni ed Elena impazzirebbe (c'è sempre qualcuno che impazzisce nelle opere di Donizetti).

Ma questa non è un'opera di Donizetti e la nostra morale semplice semplice si complica - e parecchio - nel secondo atto. Infatti, nel secondo atto sia il pubblico che il diretto interessato apprendono che Arrigo è il figlio di Guy de Montfort. Quindi, ora chi sono i buoni? I Siciliani che comunque vogliono uccidere il viceré e padre di Arrigo o Guy de Montfort che vuole uccidere i Siciliani? Anche Arrigo sembra fare un po' di confusione, tant'è che in pratica denuncia i suoi (ex) amici prendendosi la sua brava tonnellata di insulti e li spedisce in prigione in attesa di essere giustiziati.

Solo che Arrigo non vuole che i suoi amici muoiano: oddio, forse di Procida gliene frega il giusto, però il nostro eroe è innamorato di Elena, quindi va in carcere da lei, le spiega le complicazioni che il suo albero genealogico gli ha creato e chiede a Guy de Montfort di liberare i prigionieri oppure di uccidere anche lui insieme a loro. Guy de Monfort decide di liberare tutti e, come atto pacificatorio tra Francesi e Siciliani, decide di celebrare il matrimonio tra Elena e Arrigo.

Ecco, è qui che Procida inizia a diventare qualcosa di diverso rispetto all'eroe che combatte per la sua patria che avevamo visto fino a quel momento. Per prima cosa, lui non ha nessuna voglia di pacificazione. Secondo, vuole sfruttare il matrimonio per fare una carneficina. Quindi, prima invita Elena ad accettare di sposare Arrigo, poi - con un certo sadismo - le dice che durante le feste per il matrimonio i suoi uomini faranno uccidere più Francesi possibile. Cosa che, ovviamente, puntualmente avverrà e, quando gli uomini di Procida uccideranno Guy de Montfort, non riusciremo a provare lo stesso sollievo per la morte del tiranno che avremmo provato se la stessa cosa fosse successa alla fine dell'atto I.

E' qui che emerge, a mio parere, la dimensione Dostoevskijana di Procida. Dostoevskijana e al tempo stesso Beethoveniana: se mettiamo a confronto la sua convinzione nel perseguire l'uccisione del tiranno con l'opposizione e l'odio per il tiranno di Florestano e Leonora nel "Fidelio", vediamo che i punti in comune sono molti. Il problema è che, mentre Beethoven crea intorno ai suoi personaggi un ambiente moralmente tranquillizzante - nessuno mette in dubbio per tutta l'opera che Don Pizarro sia veramente un essere abietto e che quindi la sua sconfitta finale sia giustificata - i "Vespri Siciliani" seminano dubbi mostrando l'umanità di un tiranno, Guy de Montfort, che, più che il potere o la vendetta, desidera tornare ad essere padre di un figlio perduto tanti anni prima.

E' questo che, per usare le parole di Shakespeare, puzzles the will. E' questo che ci impedisce di applicare ai "Vespri Siciliani" le categorie morali del "tiranno" e del "ribelle" che usiamo nel "Fidelio". Guy de Montfort non ci appare come tiranno e di conseguenza Procida non ci appare come un ribelle che combatte per la libertà, nonostante i proclami che egli stesso fa.

E cosa ci sembra dunque Procida?

Un Demone, nel senso Dostoevskijano del termine. Un uomo senza altro principio che la realizzazione del suo ideale, costi quel che costi in termini di morti, sangue, vittime innocenti. Un uomo che non ha morale (altrimenti si sarebbe dovuto fermare di fronte all'amore filiale di Arrigo per Guy), ma finge di averla riempendosi la bocca dei termini "libertà" e "patria". Se Florestano e Leonora sono la rappresentazione positiva degli ideali otto e novecenteschi, della lotta per la libertà e per l'emancipazione sociale, in Procida c'è tutta la crudeltà e la violenza gratuita esercitate in nome di quegli ideali.

C'è l'idea, mutuata anche dai moderni terroristi, che la vita di un uomo possa essere soppressa nel caso in cui si voglia distruggere il simbolo che quell'uomo rappresenta. E così, come i terroristi uccidono persone che ritengono simbolo di qualcosa (pensiamo agli atti terroristici presso Charlie Hebdo, non più tardi di un mese fa: cosa volevano uccidere i terroristi ammazzando tutti quelli che trovavano sulla loro strada se non il simbolo di un'offesa contro l'Islam?), così Procida uccide Guy de Montfort perché è il simbolo dell'oppressione francese.

E questo, dal momento che Verdi ci ha fatto intuire che la complessità dell'uomo-Montfort non permette di ridurlo nel semplice simbolo del tiranno (tra l'altro, vorrei osservare come tutti gli odi - politici, religiosi, sociali - non facciano che spersonalizzare il nemico trasformandolo in simbolo; i simboli si ammazzano meglio delle persone, a quanto pare), non ci lascia la soddisfazione che abbiamo dopo lo smascheramento di Don Pizarro alla fine del "Fidelio".

Ci lascia un po' di amarezza, di certo non abbiamo l'impressione che l'opera finisca "bene", anche se le premesse ci sarebbero, in base all'interpretazione manichea Francesi oppressori cattivi-siciliani buoni. Ma le interpretazioni manichee a Verdi non piacciono (cfr. a questo proposito anche il "Don Carlos") ed è forse questo esercizio del dubbio e dell'analisi psicologica uno dei lasciti "politici" del compositore di Busseto.

À bientôt!