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venerdì 13 febbraio 2015

Opera made simple: scopriamo "Il Trovatore"... - Parte terza: la gitana

1. La gitana: "Vedi le fosche notturne spoglie..."

Il cambio di scena ci porta alla seconda parte dell'opera, "La gitana". Quando si apre il sipario, ci troviamo nel mezzo di un accampamento gitano (detto altrimenti, di un campo rom, più o meno) nella ridente terra di Biscaglia.

Nota geografica: la Biscaglia fa parte dei Paesi Baschi e si trova a nord della Spagna, come possiamo vedere nell'immagine qui sotto (graziosamente fornita da Wikipedia):


E' la regione in cui si trova Bilbao, una delle città che devo visitare prima o poi, se non altro almeno per vedere il Guggenheim Museum.

Bilbao...
...e il Guggenheim Museum

Ma nella seconda parte del Trovatore non ci sono né graziose città del País Vasco né Musei di Arte Moderna. C'è, molto semplicemente, un villaggio gitano alquanto sgangherato ai piedi di un monte.

Io mi immagino qualcosa del genere: panni stesi ad asciugare, qualcuno che canta, il Django Reinhardt di turno che suona un po' di jazz manouche...


...oppure, visto che in fondo la musica del popolo rom spagnolo è il flamenco (anche se l'Andalusia è lontana dal golfo di Biscaglia), qualche chitarrista che butta lì due o tre accordi perché qualcuno possa ballare.


Qualcosa del genere, insomma:

"Chi del gitano i giorni abbella?/ La zingarella" "Stride la vampa..."
Credo che anche Verdi si immaginasse un'atmosfera del genere, tant'è che, non appena la scena si apre, troviamo tutti i gitani che cantano insieme il cosiddetto "coro delle incudini" (così chiamato per il semplice motivo che nel ritornello si sente il rumore delle incudini che i gitani stanno percuotendo nel corso del loro lavoro), altrimenti detto Vedi le fosche notturne spoglie.



2. La gitana: il racconto di Azucena

Nel villaggio gitano troviamo anche Manrico e Azucena: infatti, dalla fine del primo atto, in cui avevamo lasciato Manrico in procinto di battersi con il Conte di Luna, sono successe due cose:

1) Manrico ha vinto il duello, ma ha preferito risparmiare la vita al Conte, vedremo dopo perché
2) Successivamente, Manrico è stato ferito in battaglia (Il rio De Luna/su me piombò col suo drappello: io caddi... /però... da forte io caddi!) ed è corsa voce che fosse morto. Quindi Azucena lo è andato a cercare per seppellirlo, ma lo ha trovato ancora vivo, per cui l'ha portato nel suo villaggio per curarlo e ora sta abbastanza bene.

Quindi, nel villaggio gitano l'atmosfera, come dicevamo, è allegra, ma questo clima festoso si stempera subito: infatti, quasi subito Azucena racconta ancora una volta l'antefatto e questo è interessante per due motivi:

  1. In primo luogo dimostra come Verdi (o il suo librettista Cammarano) non avesse grande fiducia nel suo pubblico e non lo considerasse sufficientemente dotato di memoria a breve termine per ricordare quanto aveva detto Ferrando all'inizio del primo atto (grazie per la stima, Peppino!)
  2. In secondo luogo è interessante in relazione al tema che abbiamo accennato prima della centralità dell'aspetto narrativo nel Trovatore. Infatti, Azucena ci racconta ancora una volta la storia, solo che ce la racconta dal suo punto di vista, che è ovviamente opposto rispetto a quello di Ferrando, in quanto, laddove Ferrando vedeva la madre di Azucena come una strega, Azucena la vede come una vittima di un'ingiustizia che lei ha cercato di vendicare. E' interessante  questa sorta di narrazione polifonica, in cui lo stesso evento viene presentato da diversi personaggi con ottiche e punti di vista diversi. Inoltre, questa insistenza sulla narrazione dell'antefatto dimostra inoltre anche un'altra cosa: gli eventi che vediamo sulla scena non sono la parte più importante della vicenda né il motore della storia del Trovatore. Il motore della storia sta nell'antefatto, in quella sorta di evento generatore (la morte della madre di Azucena e la vendetta di quest'ultima) da cui dipendono tutte le azioni dei personaggi in scena. Ci sono, potremmo dire, nel Trovatore, due tipi di personaggi: quelli che vivono nel passato, in una sorta di continua rievocazione dell'evento motore della vicenda (Azucena e Ferrando) e quelli che vivono nel presente (il Conte di Luna, Manrico e Leonora) e che farebbero benissimo a meno di rievocare quella vicenda di morte e vendetta avvenuta tanti anni prima. Ma l'evento motore, un po' come la maledizione del Rigoletto, finirà per segnare i destini anche dei personaggi che non l'hanno vissuto direttamente: alla fine, come vedremo, sia Manrico che Leonora che il Conte di Luna rimarranno invischiati nello spettro melmoso di quel passato che si ostina a non volersene andare.
Comunque, Azucena racconta e aggiunge un particolare che non sapevamo: infatti, ci informa che ella non ha ucciso il figlio del Conte di Luna ma il proprio figlio, per via di un errore di valutazione verosimilmente legato a problemi di miopia. Non si spiega altrimenti: va bene la fretta e tutto quello che vuoi, ma bruciare un bambino invece di un altro (con tanto di scenetta comica con il figlio del Conte che le fa ciao-ciao dopo che lei è convinta di averlo ucciso: Pur volgo intorno il guardo e innanzi a me vegg'io.../ dell'empio Conte il figlio!) significa avere seri problemi di diottrie.



Ma vabbé, passiamo oltre.

3. La gitana: "Non son tuo figlio? E chi son io?"

La scoperta di questo particolare sconcertante fa mettere in moto le cellule cerebrali di Manrico che finora abbiamo visto impegnate solamente nella virile arte di prendersi a mazzate con il Conte per una donna. Manrico fa due più due: se prima c'erano due bambini, il figlio di Azucena e il figlio del Conte, e il figlio di Azucena è stato bruciato, allora...

"...io sono il figlio del Conte! " sarebbe la risposta più logica ma no, mi dispiace, a questo il caro Manrico non ci arriva. Lui arriva alla conclusione - comunque corretta - di non essere il figlio di Azucena. Azucena gli dice no, guarda, tu sei mio figlio, non ti preoccupare e, a riprova di questo, gli dice: "Se tu non fossi stato mio figlio, non ti sarei venuta a salvare quando sei stato ferito in battaglia!"

Ma Manrico ormai ha subodorato qualcosa.

"Sai, ma' - dice ad Azucena - mi è successa una cosa strana quando ho fatto il duello con il Conte di Luna per Leonora. Infatti, avevo vinto e lui era caduto a terra, ma, mentre stavo per ucciderlo, mi ha preso una strana pietà di lui e gli ho risparmiato la vita." Come vedete, il ragazzo, seppur non sveglissimo, ha intuito quella che sarà poi la scopertona che tutti noi faremo in fondo, cioè che è il fratello del Conte.

Possiamo sentire qui sotto il racconto che Manrico fa di questa strana pietà, in una delle arie più belle dell'opera:


Quindi, abbiamo di nuovo un racconto (la dimensione narrativa del Trovatore che ritorna ancora una volta!) e questo racconto aggiunge ancora, seppur confusamente, un piccolo particolare all'antefatto, perché ci fa intuire che il Conte di Luna e Manrico sono fratelli. Quindi, ricorre ancora una volta questo continuo ritornare all'evento motore della vicenda, all'evento primigenio da cui tutto dipende, mediante racconti, intuizioni, visioni.

Ora, come reagisce Azucena alla scoperta da parte di Manrico di quello che lei sa bene, cioè che è il fratello del Conte? Gli dice: "Ah, guarda che hai proprio capito, bravo Manny!"? Ma manco per idea, perché il suo principale obiettivo non è fare un ricongiungimento familiare in stile C'è posta per te ("Allooora, Manrigo, qui c'è il Gonde per te... vuoi vedere l'errevuemme?"), ma vendicare la madre. Quindi si limita a dire a Manrico: "Hai fatto una gran cazzata a non ammazzare il Conte. La prossima volta cerca di ucciderlo, eh!".

Mi vendica!

E dunque il passato, con i suoi rancori e le sue promesse di vendetta, invischia anche chi, come Manrico, non c'entra niente con le vicende dell'antefatto. Manrico ha in mente una sola cosa, infatti: fare zompa-zompa con Leonora e infatti, non appena entra un messo ad annunciargli che Leonora ha sentito le voci che dicono che Manrico sia morto in battaglia e sta per farsi suora, parte per rapirla dal convento fregandosene altissimamente delle proteste della madre.




lunedì 9 febbraio 2015

Opera made simple: scopriamo "Il Trovatore". - Parte prima: L'antefatto, i personaggi e il librettista

Uno dei grandi misteri dell'opera italiana è la trama del "Trovatore". Anzi, di solito viene utilizzata per esprimere la complessità (diciamo il gran casino e la poca logicità) dell'opera italiana stessa (come se la trama del Ring di Ricky Wagner fosse semplice, con i suoi nani cattivi e i suoi personaggi con scarsa fortuna - "Ehi, ti amo, non ci siamo mai visti!" "Ah, anch'io ti amo, è proprio vero che non ci siamo mai visti" e poi viene fuori che erano fratelli -  ma vabbé). Ma è veramente così?

Insomma.

Diciamo che il grosso problema del "Trovatore" risiede nel fatto che la trama si divide in due grossi tronconi:

1) Uno, che riguarda la morte della madre di Azucena e la vendetta di Azucena stessa, è avvenuto nel passato e sulla scena compare solo nei racconti che vengono fatti ogni tanto (ricordiamocelo questo, visto che l'elemento del racconto è centrale nel "Trovatore")
2) Uno, più semplice e più da opera italiana standard, riguarda l'amore del Conte di Luna e di Manrico (AKA Il Trovatore) per la stessa donna, Leonora.

Ecco, la questione è che, anche se noi sulla scena vediamo soltanto il secondo troncone, in realtà la maggior parte dei personaggi agisce in base a quello che è avvenuto nel passato di cui sentiamo parlare solo nei racconti di Ferrando all'inizio dell'opera e di Azucena nella scena dell'accampamento gitano. Quindi, se non sappiamo bene quale è stato l'evento comune, l'evento motore che guida almeno tre personaggi nell'opera (Azucena, Ferrando e il Conte di Luna), comprendiamo assai poco.

1. Cosa è successo prima: l'antefatto

L'antefatto lo apprendiamo da Azucena e da Ferrando in due racconti separati. E' accaduto che la madre di Azucena sia stata accusata di stregoneria per essere stata vicino al figlio del precedente Conte di Luna, che poi si era ammalato. Era stata pertanto bruciata sul rogo e Azucena, per vendetta, aveva rapito il figlio del  precedente Conte di Luna (e fratello del Conte di Luna che noi vediamo in scena) e l'aveva bruciato.

Piccolo problema: dopo averlo bruciato, si rende conto di aver fatto un piccolissimo errore. Ossia, non ha bruciato il figlio del Conte ma il suo (di Azucena). Non mi chiedete come sia possibile questa minuscola svista - verosimilmente, trattasi di miopia e di scarsa capacità di attenzione - comunque questa storia contiene un insegnamento per tutti noi: se volete fare una vendetta drammatica e sanguinosa, fate il favore di comprarvi degli occhiali prima. La direzione ringrazia.

Da questo antefatto dipendono gran parte degli eventi che vedremo in scena perché:

1) Il Conte di Luna vuole uccidere Azucena per vendicare il fratello che lui crede essere stato ucciso
2) Il suddetto fratello in realtà è cresciuto ed è diventato Manrico (AKA Il trovatore), arcinemico del Conte di Luna. Solo che né Manrico né il Conte sanno di essere fratelli
3) Azucena vuole vendicarsi del Conte di Luna (quello attuale, visto che quell'altro è morto) per l'uccisione della madre.
4) Ferrando dice all'inizio dell'opera di saper riconoscere la figlia della zingara uccisa sul rogo e di poter dunque aiutare il Conte di Luna nella sua ricerca di vendetta. Come vedremo, dimostrerà di avere buona memoria.

2. I personaggi dell'opera

Manrico AKA "Il trovatore": ama Leonora e infatti gli va a suonare sotto casa ogni sera con il suo liuto (il liuto ce l'ho aggiunto io, potete metterci lo strumento che preferite).

Leonora, invece di mandarlo a quel paese per le serenate moleste, lo ama, anche se lui, come vedremo, privilegia la salvezza di Azucena ad un tranquillo matrimonio con Leonora (si sa, del resto, che la mamma è sempre la mamma). E' fratello del Conte di Luna, ma né il conte di Luna né Manrico lo sanno. Tenore.

Leonora: è tanto bellina e sia il Conte di Luna che Manrico vorrebbero fare zompa-zompa con lei (senza peraltro altro risultato significativo di passare buona parte dell'opera a picchiarsi tra loro). Lei preferirebbe Manrico, peccato però che alla prima occasione buona lo confonda con il Conte di Luna, complice, verosimilmente, una forte miopia. Soprano.


Il Conte di Luna: è il cattivo dell'opera e ce l'ha praticamente con tutti: con Manrico per questioni politiche (Manrico combatte nell'esercito del nemico del Conte di Luna) e per questioni di donne (soprattutto per questioni di donne, visto che tutta l'opera ruota intorno a: "Leonora me la prendo io!" "No, io!" "No, io!", dal qual trattamento di Leonora in stile pacco postale possiamo intuire come quest'opera sia fortemente protofemminista), 



con Azucena perché lui crede che gli abbia ammazzato il fratello, con l'antennista perché la televisione gli si è piantata nel mezzo della finale di Champions'. In pratica, è una versione cantante di Sgarbi, con un po' di volgarità in meno e un po' di spirito cavalleresco in più. Quando alla fine scopre che Manrico, che ha appena fatto ammazzare, è suo fratello, ci resta alquanto male. Baritono.

Azucena AKA "la zingara": mi scuso con i fan del politically correct e preciso che il termine corretto sarebbe romanò, secondo wikipedia. Ma l'Ottocento era un secolo buio, non molto politicamente corretto e quindi ecco che per tutta l'opera il buon Salvatore Cammarano (è l'autore del libretto, ne riparleremo) parla di "zingari" e "zingara" con il chiaro intento di anticipare le notevoli interpretazioni della mitica Katherine J. Junior (o forse era semplicemente il nonno di Salvini).


Anyway,  Azucena è un personaggio strano. Ce l'ha con tutti, come il Conte di Luna, ma ce l'ha talmente tanto che comunque vadano le cose lei è contenta, perché si è vendicata di qualcuno: emblematicamente, quando alla fine dell'opera Manrico viene ammazzato, lei fa i salti di gioia perché aver fatto ammazzare Manrico, che poi è il fratello del Conte di Luna, informando solo dopo la di lui morte il conte di Luna dell'imbarazzante parentela le sembra un modo fantastico di vendicare la madre. Mah. A me non sembra geniale, però fai pure, Azuce'.



Comunque, non è molto sveglia, visto che brucia suo figlio invece del figlio del Conte di Luna. Probabilmente va dallo stesso spacciatore di lenti a contatto di Leonora. Mezzosoprano o contralto.

3. Il librettista

Trattasi di Messer Salvadore Cammarano, famoso soprattutto per aver scritto il libretto della mia opera preferita, cioè della Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti. Qui sotto trovate l'immagine, dalla quale si evince quale uomo simpatico fosse.


Tra parentesi, a me piace più il modo di scrivere di Cammarano rispetto a quello di Piave (che sarebbe il librettista simbolo di Verdi, autore dei libretti di Traviata e del Rigoletto), lo trovo meno pomposo, ma questi sono problemi miei.