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martedì 19 maggio 2015

Le tre Leonore di Beethoven e no, non stiamo parlando di donne. Seconda parte: le tre "Leonore"

Avevamo lasciato il nostro caro Ludwig intento alla scrittura della sua prima opera, Fidelio (il titolo fu questo fin dalla prima rappresentazione), tratta dalla pièce francese Léonore ou l'amour conjugal di Bouilly.

1. Provaci ancora, Ludwig! Le tre versioni del "Fidelio"

Ebbene, nel 1805 l'opera (o meglio, come abbiamo detto, il Singspiel) era pronta per andare in scena al Theater an der Wien. Un momento perfetto per Beethoven: poteva finalmente coronare il suo desiderio di scrivere per il teatro in musica con un'opera che parlava di libertà e di lotta contro la tirannia. C'era solo un piccolo problema: Vienna, nel 1805, era occupata dall'esercito di Napoleone che aveva sconfitto le armate austriache e così quel 20 novembre 1805 il pubblico del teatro in cui si rappresentava Fidelio era costituito prevalentemente da soldati francesi, come possiamo vedere nell'immagine:

Risultato: la prima fu un insuccesso e possiamo anche immaginare il motivo di tanta freddezza da parte del pubblico: semplicemente, come possiamo vedere nell'immagine seguente, a qualcuno sembrò che il messaggio antiautoritario del Fidelio fosse un invito nemmeno troppo velato alla ribellione contro l'oppressore francese.

"Pensi che Beethoven parli di noi nel 'Fidelio'?"
"Ma no... cosa Le fa pensare questo, mio Imperatore?"

Beethoven però non si diede per vinto. Credeva in quello che aveva scritto, si rese conto che l'opera soffriva di qualche lungaggine, la rimaneggiò un po' e nel 1806 la rappresentò di nuovo. A questo punto, i Francesi se n'erano tornati a casa loro riportando certo un'immagine molto vivida della ridente Vienna...

"Com'è andato il tuo viaggio in Austria?"
"Mah... sai, gli Austriaci sono matti, dicevano sempre 'Fidelio' e ci guardavano..."
...ma ancora una volta Beethoven non fu soddisfatto del risultato e continuò, a mo' di hobby, a riscrivere l'opera nel tempo libero. Il risultato di questa continua riscrittura a tempo perso fu una gestazione talmente lunga che la versione definitiva dell'opera non vide la luce (e la scena) che nel 1814.

Quindi, per riassumere, Beethoven scrisse tre versioni del Fidelio:
  1. La prima versione fu rappresentata nel 1805 di fronte a un Theater am Wien pieno di soldati francesi
  2. La seconda versione fu rappresentata nel 1806
  3. La terza versione, che è quella che viene rappresentata oggi, fu rappresentata nel 1814
2. Cherchez la femme: Wilhelmine Schoeder-Devrient e il successo di "Fidelio"

Comunque, nonostante tutti gli sforzi di Beethoven per scrivere e riscrivere l'opera, Fidelio continuava a non avere successo. L'opera rischiava di cadere nell'oblio, ma improvvisamente ecco che negli anni Venti dell'Ottocento Fidelio iniziò ad essere rappresentato un po' ovunque in Germania e in Austria. Perché? Il merito della (ri)scoperta di questo Singspiel da parte del mondo di lingua tedesca è tutto da attribuirsi alla celebre cantante d'opera tedesca Wilhelmine Schröder-Devrient.



Frau Schröder-Devrient, che aveva un amore per le acconciature stravaganti, come possiamo vedere nella seguente immagine...

...è una figura estremamente importante nella storia della musica per vari motivi: oltre ad permesso il successo del Fidelio, infatti, ella sostenne molto Wagner nei suoi primi passi nel mondo dell'opera, quando, negli anni Quaranta dell'Ottocento, sia lei che il buon Richard vivevano a Dresda. Wilhelmine invitò più volte il futuro autore del Ring a casa sua e, soprattutto, cantò nella prima rappresentazione di molte sue opere (Rienzi, L'Olandese volante, Tannhäuser) in una fase in cui Wagner non era il compositore di successo che sarebbe diventato, ma semplicemente un trentenne di belle speranze il cui soggiorno a Parigi, qualche anno prima, si era risolto in un sostanziale nulla di fatto. Questo supporto le valse la gratitudine del buon Richard e il che non è poco, avendo Wagner una certa abitudine a parlare male di tutti (chiedere a Meyerbeer per maggiori informazioni).

Ma torniamo a Fidelio. Wilhelmine Schröder-Devrient aveva cantato nel Fidelio quando aveva diciassette anni e aveva amato molto l'opera; pertanto, quando divenne famosa, portò Fidelio nei teatri di tutta la Germania, riscuotendo un notevole successo. L'opera entrò nel repertorio per non uscirne mai più.

Grazie, Wilhelmine!

3. Le tre "Leonore" di Beethoven

A questo punto, sappiamo tutto di Fidelio: di cosa parla, quando fu rappresentata, come arrivò ad essere amata dal pubblico. Ma ancora non abbiamo detto niente dell'argomento da cui siamo partiti, ossia la sostituzione di ouverture effettuata da Baremboim all'ultima prima della Scala.

Allora, abbiamo detto che Beethoven rimaneggiò molto la sua opera e uno degli elementi che furono oggetto di maggiori ripensamenti fu, appunto l'ouverture. Quando nel 1814 l'edizione definitiva di Fidelio va in scena, già quattro ouverture si sono avvicendate nei progetti del compositore.

Nel 1805, per la prima rappresentazione dell'opera (sì, quella dei soldati francesi), Beethoven scrive l'ouverture che ora è nota come Leonora II...



...poi, per la seconda rappresentazione dell'opera nel 1806, scrive la Leonora III.

Ehi, ma manca qualcosa: e la Leonora I dov'è? Be', la Leonora I fu scritta per una rappresentazione del Fidelio che doveva avere luogo a Praga (e che poi non ci fu).

Ebbene, tutte e tre queste ouvertures furono poi scartate dall'autore, che nella versione definitiva dell'opera, nel 1814, optò per un brano più conciso (7 minuti contro gli oltre 15 delle varie Leonore) e sicuramente meno suggestivo musicalmente che è quello che è tuttora viene eseguito prima dell'opera. Perché? Allora, i problemi che Beethoven individuava nelle tre Leonore erano essenzialmente due:
  1. In primo luogo erano lunghe, molto (forse troppo) lunghe
  2. Inoltre (e questo è forse l'aspetto più importante) rivelavano già al pubblico l'unico colpo di scena dell'opera, ossia la comparsa improvvisa, alla fine del Fidelio, del ministro del re che salva Florestano e Leonora. Infatti, come abbiamo detto, la comparsa del ministro del re è accompagnata da uno squillo di tromba: ebbene, in tutte e tre le Leonore noi ritroviamo quello squillo di tromba, squillo che è invece assente nell'ouverture che poi Beethoven scelse come definitiva. In pratica, Beethoven deve aver ragionato in questo modo: "Non posso rivelare dall'inizio come va a finire l'opera!" E quindi le tre Leonore, splendide ma con spoiler incorporato, non vennero incluse nell'edizione definitiva del Fidelio.
Comunque, queste tre ouvertures non caddero nel dimenticatoio. Furono molto eseguite come pezzi da concerto e, proprio per la presenza di quello squillo di tromba, sembrò al pubblico che esse raccontassero una storia: la storia di Leonora, di Florestano, di Don Pizarro. In breve: la storia del Fidelio. E ispirarono dunque altri autori che volevano raccontare delle storie tramite la musica sinfonica, rappresentando il primo passo verso quello che poi sarebbe diventato il poema sinfonico.

Ma questa è un'altra storia e mi farà piacere raccontarvela, prima o poi.

Per il momento, spero che abbiate compreso il motivo della mia scarsa comprensione per la scelta di Baremboim: sostituire l'ouverture del Fidelio con la Leonora II vuol dire non comprendere i motivi - in primo luogo drammaturgici, come abbiamo visto - che portarono Beethoven a prendere determinate decisioni per la versione definitiva dell'opera. Di più, vuol dire tradire la volontà di Beethoven, visto che fu lui a non mettere nessuna delle tre Leonore come ouverture della versione del 1814 dell'opera. So che le Leonore sono belle, ma se proprio ti piacciono, Daniel, potevi perlomeno fare come faceva Mahler (poi imitato da altri), che eseguiva l'ouverture del Fidelio all'inizio del primo atto e poi, prima del secondo atto, eseguiva la Leonora III. Comunque, spero che abbiate apprezzato il Fidelio. A presto e...

Stay tuned!

mercoledì 13 maggio 2015

Le tre Leonore di Beethoven e no, non stiamo parlando di donne. Prima parte: di cosa parla "Fidelio"?

1. "Mamma, voglio scrivere un'opera!" - Beethoven e l'opera

Un caloroso uèèèèèèèi a tutti gli amici che dopo il post precedente hanno deciso di lanciarsi nello studio della lingua di Di Pietro e Razzi nella prospettiva di trasferirsi nella gloriosa città di Villarosa al mare (dove, comunque, a differenza di Milano, ci sta o' sole e ci sta o' mare. Non sono molto informato riguardo alle femmene e a li masculi, però se volete chiedo) e vi prometto che in questo post farò finta di essere una persona seria. Dunque, dovevamo parlare del Fidelio e delle brillanti ouvertures a caso del Compagno Baremboim...

Ora, il rapporto di Beethoven con l'opera è la storia di un amore non corrisposto. Beethoven voleva scrivere opere, lo voleva davvero, solo che alla fine il suo rapporto con il teatro in musica si ridusse soltanto a un titolo, che è appunto Fidelio. Sappiamo che Beethoven stava progettando di scrivere un'opera già dall'inizio del 1800; c'era solo un problema: non riusciva a trovare un libretto che gli andasse a genio.

Mi piace - Non mi piace - "Non riesco a trovare nessun buon libretto"


Beethoven non amava l'opera buffa à la Mozart&Da Ponte e comunque possiamo capire che ricercasse delle trame che si allontanassero dalla funzione di semplice intrattenimento per dialogare con tematiche più universali: Beethoven, collocandosi tra il mondo classico e il mondo romantico, si trovava anche a cavallo di un drastico cambiamento di temi nell'opera. Dalle tematiche mitologiche e farsesche dell'opera del Settecento, infatti, si passa progressivamente, nell'Ottocento, a opere che parlano di magia, di patti con il diavolo (vedi ad esempio la prima opera romantica, il Freischütz di Weber), della storia medioevale, di vicende fiabesche. 

A questo desiderio per la ricerca di nuovi temi dettato dalla nuova sensibilità romantica, Beethoven sovrappone la sua personale adesione ai principi della Rivoluzione Francese di fratellanza, di libertà e di eguaglianza. L'adesione di Beethoven agli ideali rivoluzionari emerge spesso nella sua musica: pensiamo per esempio all'appello alla fratellanza universale contenuto nell'ultimo tempo della Nona, in cui il coro canta sul testo dell'Ode An die Freude di Schiller (sì, è proprio l'Inno alla Gioia, quello che suonavate a scuola con il flauto dritto - l'educazione musicale dei popoli avanza a passi da gigante) oppure nelle alterne vicende dell'Eroica, la cui dedica a Napoleone, visto come depositario dei valori rivoluzionari, fu stralciata allorché Napoleone si proclamò imperatore e Beethoven considerò che questi fosse divenuto, di fatto, un tiranno. Beethoven cercava dunque un soggetto che si adattasse anche alla sua sensibilità politica e alla sua volontà di esprimere in musica contrapposizioni ideali forti, quali appunto quella tra lotta per la libertà e tirannia.

Il problema è che questa trama non si trovava e Beethoven continuava a rifiutare libretti. Finché...



...non riuscì a trovare quello che cercava. Si trattava di un'opera teatrale che era stata scritta in Francia durante gli anni della Rivoluzione e che era già stata messa in musica dal compositore italiano Ferdinando Paer: era la pièce di Jean-Nicolas Bouilly Léonore ou l'Amour conjugal. Bouilly aveva svolto diversi incarichi amministrativi nel corso della Rivoluzione francese e del Terrore giacobino e aveva scritto un'opera di teatro che rientrava pienamente nel gusto della Francia rivoluzionaria per le cosiddette pièces au sauvetage. Cos'erano le pièces au sauvetage? Erano, come dice il nome, delle opere, sia teatrali che musicali, in cui alla fine c'era un colpo di scena e il protagonista veniva salvato. Ebbene, questo "colpo di scena con annesso salvataggio" lo ritroviamo nell'opera di Bouilly e lo ritroveremo poi in Fidelio.

Una volta trovato il soggetto, Beethoven incarica Joseph Sonnleithner di scrivere il libretto e inizia a comporre quello che poi diventerà Fidelio. Quindi lasciamolo intento alla composizione dell'opera e andiamo a vedere di cosa parla Fidelio. Facciamo partire la sigla...



...e siamo pronti per partire!
2. Di cosa parla "Fidelio"?

Fidelio è un'opera che, dal punto di vista della trama, non presenta grosse complessità. Detto altrimenti: non succede (quasi) niente sulla scena. Dal punto di vista tecnico, Fidelio è un Singspiel, ossia una forma di teatro in musica che differisce dall'Opera italiana perché:


1. E' in tedesco

2. Ha dei dialoghi recitati al posto dei recitativi dell'Opera italiana. Di solito, questi dialoghi non sono accompagnati da musica, ma talvolta può accadere che lo siano e quando questo succede si parla di melologo. Quindi, un melologo è semplicemente una parte di un Singspiel (o, in generale, di un'opera) in cui uno o più personaggi parlano invece di cantare mentre l'orchestra suona e questo può essere anche di grande impatto, come possiamo vedere nella celebre Scena della Valle del Lupo dal Franco Cacciatore di Weber, in cui si ha una mescolanza di canto e melologo.


La storia raccontata dal Fidelio è semplice: siamo in Spagna, nel 1600...




Florestano, il marito di Leonora, che possiamo qui vedere in una foto presa durante il loro viaggio di nozze...




...è stato incarcerato perché oppositore del tiranno Don Pizarro, che potete vedere nell'immagine seguente. Il castello che vedete sullo sfondo è la prigione in cui Don Pizarro rinchiude i suoi oppositori e in cui si svolge la vicenda.



Leonora è andata a cercare Florestano e si è travestita da uomo (facendosi chiamare, appunto, Fidelio) per poter lavorare nel carcere di cui sopra, ritenendo che suo marito possa essere rinchiuso lì. Possiamo vederla qui di seguito nella sua simulata sembianza.




Nel carcere, Fidelio/Leonora lavora come assistente del carceriere Rocco; la figlia di Rocco, Marcellina, che potete vedere qui insieme al padre...



...si è innamorata di questo baldo giovine da poco assunto e per questo sta rifiutando le attenzioni del giovane Jaquino.

Quindi ricapitoliamo: Jaquino ama Marcellina, che però è innamorata di Fidelio, che tuttavia (e questo Marcellina non lo sa), non è un uomo ma una donna e si chiama Leonora. Di più: una donna sposata, il cui marito è un prigioniero politico probabilmente rinchiuso nel carcere in cui Fidelio e Marcellina lavorano. Lo so, detto così fa molto telenovela cilena ("No, Dolores, no puedo casarme contigo porque soy una mujer, no un hombre"), solo che devo deludervi: le vicende sentimental-amoroso-sbaciucchiose sono queste e finiscono qui. Leonora non scopre di aver sempre amato le donne e non si sposa con Marcellina, Jaquino non rimedia alla delusione portandosi a letto Florestano e Rocco non conclude il tutto in bellezza scappando in Brasile con Don Pizarro e intavolando là un ménage à trois con la proprietaria di un salone di bellezza di Rio. Del resto, sapete com'era Beethoven: ha passato tutta la vita innamorato di una "Amata immortale" sulla cui esistenza sussistono dubbi fondati, era interessato più ai grandi valori dell'esistenza che a cose banali come avere interesse per qualsivoglia altro essere umano o lavarsi e dunque, mi dispiace, l'intrallazzone cileno lei-ama-lui-ma-lui-è-un'altra-lei finisce qui e, sebbene alcune volte i registi cerchino di rivitalizzarlo mettendo in scena baci saffici e affini, non è nemmeno di grande interesse per la vicenda.

Comunque, lasciamo Don Pizarro e Rocco alla loro vita di eccessi che possiamo vedere nell'immagine seguente...



...e torniamo al nostro carcere.


Nel carcere è recluso un prigioniero che viene tenuto separato dagli altri e di cui Don Pizarro ordina l'uccisione perché sta per arrivare un'ispezione ordinata dal re di Spagna.




Il prigioniero, ovviamente, è Florestano, ma Leonora non lo sa e accetta di dare una mano a Rocco per scavare la fossa in cui sarà seppellito il cadavere del condannato dopo l'esecuzione.


Il secondo atto si apre sulla segreta in cui è recluso il prigioniero che sta per essere ucciso. Questi canta e ci racconta la sua storia, rimpiangendo la felicità perduta. E' un prigioniero politico e poeticamente ricorda i motivi che l'hanno portato in carcere:


Nei giorni di primavera della vita
la felicità mi è sfuggita
La verità, ho osato dirla
e queste catene sono la mia ricompensa.

Già qui una mezza idea di chi sia il prigioniero ce la siamo fatta. Ma c'è di più: alla fine della sua aria il prigioniero immagina di essere liberato da un angelo che ha le fattezze di sua moglie, che, come possiamo sentire in questo video...




...si chiama Leonora. Tra l'altro, quest'aria è un notevole esempio dell'abilità di Beethoven nel gestire il materiale musicale in modo aderente al significato del testo: infatti, Ludwig la divide in tre parti:

1. Nella prima parte, il prigioniero si lamenta delle sue condizioni in prigione (Dio! Che oscurità qui/ Che orribile silenzio) e la linea melodica seguita dal canto è più aspra (si avvicina quasi al Wagner del Ring) ed è molto poco regolare.

2. Nella seconda parte, il prigioniero, che come ormai avrete capito è Florestano, ricorda die Lebens Frülingstagen, i giorni di primavera della vita che l'arresto gli ha portato via e rivendica la sua scelta di essersi opposto a Don Pizarro (Süsser Trost in meinem Herzen/Meine Pflicht hab'ich getan, cioè Dolce conforto nel mio cuore/ho fatto il mio dovere). La linea si ammorbidisce, si riempie d'aria, si avvolge in un motivo malinconico e nostalgico quasi schubertiano.

3. Infine, la melodia diventa più mossa quando Florestano immagina che un angelo con le fattezze di Leonora arrivi a salvarlo.

Il prigioniero è dunque Florestano e, quando Leonora/Fidelio e Rocco scendono per scavare la tomba, il pubblico già sa che stanno per scavare la tomba di Florestano. Ne risulta una delle scene emotivamente più intense dell'opera. Possiamo vederla qui di seguito:


...oppure nell'immagine seguente:



Quanto segue è molto semplice: Leonora riconosce Florestano e, quando Don Pizarro scende nella segreta per ucciderlo, lei svela la sua reale identità e punta una pistola contro il tiranno per difendere suo marito.



A questo punto...


...sorpresa! Arrivano i nostri! Una tromba squilla, indicando l'arrivo del Ministro del re, che fa arrestare Don Pizarro e salva Florestano e Leonora.




Ecco dunque il salvataggio finale della nostra pièce au sauvetage. Segue grande festa e il più contento di tutti è Jaquino che non ha più concorrenti per l'amore di Marcellina (a meno di improbabili ménages à trois tra Florestano, Leonora e Marcellina che qualche regista creativo prima o poi infilerà alla fine dell'opera - sempre che qualcuno non l'abbia già fatto).

Come avrete capito, la trama non è esattamente piena di colpi di scena, ce n'è solo uno, alla fine, annunciato dallo squillo di tromba: ricordiamocelo, perché ci tornerà utile più tardi.


Ed è tutto per oggi, ma niente paura, torniamo molto presto con l'ultima parte delle intricate vicende del Fidelio di Beethoven. Se siete interessati al libretto del Fidelio, potete trovarlo nell'originale tedesco con traduzione a fronte qui.

Stay tuned!

sabato 9 maggio 2015

Le "Leonore"di Baremboim e la Prima della Scala

1. Centri sociali, Marx e voccaperte: fenomenologia della Prima della Scala

Se c'è qualcosa che riesce a dimostrare la veridicità dei peggiori cliché sull'opera è la prima della Scala. Voi avete provato a spiegare alla vostra ragazza che il fatto che vi piace l'opera non vuol dire che siete vecchi dentro né che siete dei ricchi snob con quattordici cognomi e con una intensa nostalgia di quel tipo pelato che faceva arrivare i treni in orario. Lei sembra aver capito e non vi guarda più come se foste una sorta di remake di suo nonno in versione fascistoide ma basta accendere la televisione e metterla su Rai5 il 7 dicembre perché tutti i vostri sforzi siano vanificati.

Ora, fortunatamente sono finiti i bei tempi in cui intervistavano Materazzi, all'epoca giocatore dell'Inter, tra il primo e il secondo atto dell'Aida e lui forniva una critica ponderata e imprescindibile sulla scrittura operistica verdiana, ma la sapiente regia della Rai è sempre e comunque in grado di fornirci un quadro completo sui personaggi caratteristici che popolano ogni prima che si rispetti e che rovineranno qualunque tipo di relazione voi stiate in quel momento intrattenendo facendo credere a tutti che, in quanto amante dell'opera, siete o diventerete nel giro di pochi anni come loro:
  1. La signora impellicciata:
    Generalmente con la erre moscia, tendenzialmente anziana (molto anziana) e rifatta (molto rifatta); viene di solito intervistata non riguardo all'opera ma riguardo alla contestazione dei centri sociali che immancabilmente avviene fuori dalla Scala. Il che ha una sua motivazione razionale, visto che la signora impellicciata di solito fa dei discorsi non sempre intelligibili ma tendenzialmente a metà tra il "Quando c'era Lui tutto andava meglio!" (dove Lui è il tizio calvo dei treni di cui si diceva) e vaghe provocazioni sul fatto che quelli che sono a protestare non hanno voglia di lavorare. Quando ha finito di parlare, se siete fidanzati con una tipa solo vagamente di sinistra siete già stati lasciati e se siete fidanzati con una tipa molto di sinistra vi siete anche dovuti sorbire una lunga analisi sullo sfruttamento di classe che nemmeno Marx sotto acido nelle peggiori birrerie di Soho prima di mettere incinta la cameriera e far riconoscere il figlio a Engels.
  2. Quello che è lì per forza: generalmente calciatore del Milan o dell'Inter oppure personalità importante non meglio identificata: ballerino, politico - meglio se ministro o sindaco - cantante. Fin da quando iniziano a inquadrarlo è chiaro che vorrebbe essere in qualunque altro posto piuttosto che lì e sembra esprimere in modo abbastanza eloquente il suo disappunto per doversi sorbire quattro ore di Lohengrin. Il che, peraltro, indica ai popoli che, almeno una volta all'anno, una certa giustizia divina esiste e quando sarete depressi per il malfunzionamento del sistema economico (che la vostra fidanzata a questo punto vi avrà spiegato per quanto detto al punto precedente), per le storture del capitalismo o perché siete finiti sopra all'unica cacca di cane nel giro di chilometri con le scarpe nuove, pensate a Muntari che sta guardando i Maestri Cantori di Norimberga senza nemmeno potersi addormentare e la giornata vi sorriderà. Ma quello che è lì per forza ha anche un altro pregio: non può nemmeno rivoltarsi contro il destino cinico e baro che lo costringe a sorbirsi quattro ore di opera in tedesco senza dotarlo di acume sufficiente per notare l'esistenza di quel grande progresso della tecnica che sono i sopratitoli. No, deve dire anche che ha amato l'opera e infatti, quando lo intervistano, questo personaggio dice sempre che l'opera che sta per andare in scena o che è appena andata in scena è bellissima, un capolavoro, una cosa di cui l'Italia deve andare fiera (anche se si sta rappresentando il Boris Godunov, in cui l'unico italiano è il gesuita Rangoni sulla scena, che peraltro non è esattamente una figura esemplare). L'aspetto positivo di questo personaggio, oltre a soddisfare il vostro odio di classe, è anche che vi fa acquisire tanta autostima (della serie: se ce l'ha fatta lui...) oppure fa partire a vostro padre, che sta passando di lì per caso, il quarto d'ora populista in dialetto abruzzese stretto.

  3. Quello giovane:
    Ora, quello giovane non è un problema di per sé, sebbene ci siano anche i soggetti che ci mettono del loro (vedi i simpatici rampolli della buona borghesia milanese con papillon o vestito lungo e un livello di chiusura delle "e" che rasenta il patologico che vengono intervistati a volte nel foyer e che non brillano esattamente per acume). Il problema è che il giovane, che chiaramente viene inserito nella trasmissione soltanto per dimostrare che l'opera interessa anche agli under 65, è di solito fatto oggetto di domande che sono volte a dimostrare al pubblico over 65 della suddetta trasmissione che sì, hanno proprio ragione, i giovani d'oggi non sono svegli come una volta. Quindi, quello giovane è vittima inconsapevole di una vendetta transgenerazionale di cui si rende conto soltanto quando è troppo tardi e gli viene posta la fatidica domanda: "Violetta e Alfredo si amano. Per te l'amore è importante?" "Leonora lotta per quello in cui crede: tu sapresti farlo?" "Nell'opera ci sono due soprano, Liù e Turandot: tu quale personaggio preferiresti interpretare?" "Credi che l'opera serva a qualcosa oggi?". Qualcuno dovrebbe probabilmente spiegare agli autori delle domande che non è che lo sviluppo intellettuale delle generazioni successive al 1990 si sia fermato all'età di sette anni, pertanto non è strettamente necessario porre le stesse identiche domande che si farebbero a un bambino delle elementari. Va bene, negli ultimi vent'anni abbiamo avuto Moccia, gli 883, varie boy bands formate da figaccioni biondi e Britney Spears, ma non credo che ci abbiano distrutto il cervello più di quanto possa averlo fatto, nella generazione precedente, passare tutti gli anni Ottanta a cantare "Oooooh, meu amigo Charlie" e "Brigitte Bardot, Bardot" con annesso trenino. Perché le cose sono due: o la Rai è convinta che i giovani non siano capaci di pensiero autonomo o l'autore delle domande è un dadaista che vive nella speranza segreta che qualche simpatico giovane pinguino prima o poi, esasperato dal primo atto del Tannhäuser, esploda in un sonoro: "No, l'opera oggi non serve a niente, viva il Death Metal e le gare di rutti!"
  4. Dall'Ongaro e la tipa del TG2: Ora, a me Dall'Ongaro non dispiace (forse è vero che sono un po' vecchio e snob dentro), comunque se su Rai5 evitassero di fargli fare proprio tutti-tutti-tutti i programmi, dalle 8 di mattina fino a mezzanotte, forse si eviterebbe ogni tanto un certo effetto-saturazione. Ma così per dire, eh.
  5. Il personaggio nazional-patriottico: l'Italia è un grande paese. Ci sta o' sole, ci sta o' mare, ci stanno e' femmene e li masculi passionali (non necessariamente in quest'ordine di importanza) e c'è sempre qualcuno che ritiene essenziale ricordarcelo nel corso della prima della Scala, evento che si tiene in un luogo in cui non c'è il sole, non c'è il mare e che è rinomato più per essere la capitale italiana dei workaholics che per essere una versione nebbiosa di Ibiza. Nel caso in cui il personaggio nazional-patriottico sia un politico e vostro padre stia passando di nuovo di là, la sua intervista darà avvio alla seconda parte del quarto d'ora populista e vi permetterà di conoscere nuovi modi per insultare i vostri amici in un dialetto che loro non capiscono. L'Abruzzese senza sforzo con Assimil.
Tutto questo mi rende molto simpatico Muti, che, con un certo sadismo, ammorbava la suddetta utenza della Prima con opere lunghissime, pallosissime e tendenzialmente anche non eccezionali musicalmente (raggiungendo l'apice con la musicalmente dimenticabile Europa Riconosciuta del 2004). Muti herói do povo.

Ma passiamo oltre e veniamo al motivo della nostra discussione di oggi...

2. Affinità/divergenze tra il Compagno Baremboim e me

Una volta che i vostri amici vi hanno isolato, che la vostra fidanzata vi ha lasciato perché credeva che foste una persona normale, potete mettervi rigorosamente da soli a vedere la prima. Tra l'altro, potete farlo dopo esservi arricchiti interiormente in quanto avete appreso una lingua straniera e potete comunicare con gli anziani seduti sulle panchine di Pescara senza scambiarli per agenti dell'ISIS in incognito perché alla vostra richiesta di informazioni rispondono cose come: "Lu 'bbar shta'llà" oppure "Mo' sting' stracc' e nun m'arcord' 'bben'."

Ed è quello che ho fatto io il 7 dicembre scorso (per essere precisi, eravamo io, mia sorella e tre pizze ai würstel)...


...quando è stato trasmesso il Fidelio di Beethoven. Va bene, concedo che non è la cosa più cool del mondo schiaffarsi quattro ore davanti alla televisione per vedere la Prima della Scala, però, considerando che, in quanto studente di medicina, l'alternativa è vedere serie televisive mediche e cercare gli errori, è la scelta migliore che possa fare. Per inciso, la scelta di cui sopra non è così banale, conosco un sacco di gente che guarda Dottor House solo per poter poi comunicare ai suoi amici che seguono corsi di studio diversi che no, la sarcoidosi non si manifesta in quel modo; gli anni di studi medici fanno sviluppare tante simpatiche psicopatologie, comunque, non divaghiamo troppo.

Grande opera, il Fidelio; certo, è un'opera che non scritta in modo esattamente amichevole per i cantanti, ma del resto si sa che il vecchio Ludovico Van non era molto ferrato sull'argomento, vedi le note di passaggio ribattute ad libitum nella Nona Sinfonia. Purtroppo, lo scorso 7 dicembre, il buon Baremboim, alla sua ultima direzione alla Scala, doveva essere stato colpito da una inedita vena megalomane e si era convinto, come Aldo, Giovanni e Giacomo in Tre uomini e una gamba che "'sta schifezza di opera se la scrivevo io la facevo meglio"...


...pertanto ha ritenuto opportuno sostituire l'ouverture del Fidelio che viene comunemente eseguita e che è questa...


...con la Leonora II (dopo vi spiego che cos'è), che è questa:


Il che, oltre ad avermi causato una discreta incazzatura sul divano di casa con mezza pizza in bocca e avermi mostrato l'utilità del vocabolario di insulti in abruzzese appreso in precedenza (sono una persona strana, lo ammetto, ma sono stati gli studi medici, prima ero una persona meglio, come Robert), mi ha costretto - cosa che odio - a trovarmi d'accordo con Paolo Isotta, l'uomo che continuavano a chiamare (a ragion veduta) acidità.

L'analisi di Isotta (che potete leggere qui) è infatti essenzialmente corretta: non ci sono giustificazioni valide per sostituire l'ouverture di Fidelio, ouverture che fu inserita personalmente da Beethoven nell'ultima versione dell'opera, nel 1814, con la Leonora II. Certo, la Leonora II è più bella dell'ouverture del Fidelio, ma il criterio per le scelte artistiche non dovrebbe essere la bellezza; peraltro, Baremboim non è nuovo a scelte stravaganti, vedi il Don Giovanni di qualche anno fa diretto con una pesantezza quasi wagneriana e con Bryn Terfel e la Netrebko che sembravano non essersi accorti che non stavano cantando l'Otello di Verdi ma un'opera che era stata scritta un buon centinaio di anni prima.

Ma cos'è la Leonora II e perché la scelta di Baremboim è, a mio parere, scorretta?

Per scoprirlo dobbiamo fare un passo indietro e ripercorrere la travagliata gestazione del Fidelio.

E sarà quello che faremo nella prossima puntata...

Hasta pronto, chicos!

P.S. se il magico mondo dell'Abruzzese vi ha interessato e avete deciso di apprenderlo a scuola al posto dell'Inglese perché a Londra tanto non ci andrete mai mentre Chieti e Tortoreto sono al primo posto tra le vostre mete per emigrare (a meno, of course, che non siate nativi, in tal caso vi prego di non spararmi addosso per la pessima conoscenza della lingua - come si dice in Abruzzese I'm not a native speaker?), vi consiglio questo breve compendio della lingua fatto da un blogger che ha più pratica della lingua di me.


mercoledì 29 aprile 2015

Beethoven and his three Leonore... but we're not talking about love

Some of you probably listened to La Scala's premiere, in december. Some of you were there (lucky guys!), some of you watched it on television as I did. I remember it well: I was sitting in front of my TV with popcorns in my hand waiting for Fidelio to start, but when Barenboim arrived and the opera began, I had a big suprise. In fact, I was waiting the orchestra to play this overture...




...but unfortunately, what came out from the orchestra when they began to play was this:



My first reaction was: Daniel, what are you doing exactly? Why did you change the overture playing Leonore II instead of the actual Fidelio overture? Have you completely gone mad? Then, I stopped worrying and loved the opera. And I loved the overture too, because Leonore II is surely far more beautiful than the actual Fidelio ouverture, which is not exactly one of Beethoven's musical peaks (while Leonore II probably is).

You can see in more detail what happened in the following image. I am the guy on the left, the girl on the right is my sister, who loved the opera and the overture and didn't have any reaction to Baremboim's funny musical choices.



Probably, after having read all this you will have two reactions:

1) Who is this Leonora II you're talking about? Is she your girlfriend or maybe Barenboim's one? Don't worry, guys, you will meet her soon.
2) You're gone mad, my friend! And you're probably right (years and years of double bass playing can have serious effects on mental health): my sister didn't even notice the overture was different and this either didn't affect her judgement on the opera nor she saw the spirit of Beethoven coming to complain for the odd choice of Baremboim.

So, if you want to go on reading be careful: after having known the wonderful story of Beethoven and Leonora, you could have the same shocked reaction I had when you listen to a conductor who, as Baremboim did, decides to replace the original Fidelio overture with Leonore II. Read at your risk, the author of this blog is not responsible for the end of long-lasting relationships after a row on Barenboim's musical choices.

1. Mum, I want to write an opera! - Beethoven and opera

Beethoven wanted to write an opera since 1800, but he had a very small problem: he could not find anywhere a libretto he liked. You know, operas at the time were tragic dramas about heroes and gods of Greek and Latin mithology (as you can see, for instance, in Mozart's Idomeneo, about which we talked here) or very vain comedies about a girl and a boy who were in love but who, for some reasons, could not marry. Nothing very different from today's Hollywood movies about Marvel heroes or boy-meets-girl stuff, indeed.

But Beethoven did not like that: he wanted to write an opera which could express great moral values, an opera which could deal with the universal values of freedom and of the struggle against absolute power. So, he could not stand the comic operas which were liked very much in Vienna at the time and he had the desire to write an opera about less vain subjects. So, he kept on refusing librettoes for years, before finding the right one.

Like - Dislike - "I can't find any good libretto!"


It is not so strange, indeed: in fact, we can see in Romanticism a very radical change in subjects of operas. Operas began to talk about medieval stories (see, for instance, Donizetti's Lucia di Lammermoor), about devil and witchcraft (as we can see in the first romantic opera ever, Weber's Der Freischütz), about politics (as we can see in Verdi's Don Carlos), so we should not be suprised that an author like Beethoven, who represents the bridge between classical and romantical music, was interested in finding brand new subjects for his musical dramas.

After having read many librettos and having liked none of them, Beethoven at last found what he needed: a French drama which was written in 1794, during the French Revolution, and which talked about freedom and love. Its title was Léonore ou l'amour conjugal (Leonore or the conjugal love) and it was written by Jean-Nicolas Bouilly. We can see his reaction when he found the right libretto in the following image:




Léonore ou l'amour conjugal was a "pièce au sauvetage": what does this mean? The so-called pièces au sauvetage were very popular in France after the Revolution of 1789 and their name explains what they were about: the French expression pièce au sauvetage simply means drama-in-which-someone-is-saved. So, they were dramas and musical operas in which the plot was about a character who was in danger and who at last was saved by someone. That's what happens in Bouilly's Léonore as well: in this drama, Leonore disguises herself as a man and go and work in a prison where she thinks her husband Florestan is imprisoned; she wants to save him and, as we'll see, at last Florestan will be saved.

So, now Beethoven had the plot he wanted: he only had to write the opera...

2. Bad luck for Ludwig

...but his problems with his desire to write an opera had only begun.

You know, Beethoven was a perfectionist: he wanted everything to be in the right place in the music he wrote and so he kept on changing things in the musical pieces he was writing until he was completely sure that everything was perfect. But, in Fidelio's case, it was not only his desire to write something perfect which gave him problems: he had also bad luck.

After having chosen the subject of the opera, Ludwig entrusted the librettist Sonnleithner to write the libretto and then wrote the music for the opera. Well, actually, what Beethoven was writing wasn't exactly an opera. It was a Singspiel and Singspiel was a music drama which was different from Italian opera mainly for two things:
  1. It was sung in German
  2. In Singspiel we haven't Italian opera Recitatives (if you don't remember what Recitatives are you can read this), which are replaced by spoken dialogues, by parts in which the singers act instead of singing. So, Singspiel was very similar to modern musicals: the characters on scene acted, then sang, then acted again and so on.
Anyway, Beethoven managed to finish his opera and the Singspiel was first represented in Vienna in 1805.

Oh, you know, Beethoven believed very much in this opera: he had put in it all the strong beliefs he had, showing both his desire for freedom and his desire to struggle against the tyrants: Florestan, in Fidelio, is imprisoned for being an enemy to the tyrant Don Pizarro, Leonora, in the end of the Singspiel, points a gun against Don Pizarro and she'd kill him if a man sent by the King of Spain (the opera is set in XVII Century in Spain) didn't come and arrest the tyrant before she could do that. At last, Freedom triumphs, the tyrant is defeated and Florestan is set free!

Wonderful, isn't it?

There was only a little problem: the opera was first represented in Vienna in 1805 and Vienna, in 1805, was occupied by the French army. Napoleon had defeated the Emperor of Austria and so the French boys were in town (and went to theatres). As you may imagine, the French did not like this opera, which talked about freedom and struggle against tyranny, because, for some reasons I really cannot understand, they thought: "Well, in this opera there are two heroes who fight against a tyrant... Is Monsieur Beethoven saying that we are oppressing the Austrian people as Don Pizarro does and that the Austrian people should revolt as Florestan and Leonora do?"



You can imagine what happened: the opera was first represented in a theatre which was full of French soldiers, as you can see in the following image...



...and didn't have success. End of story.

But Beethoven did not like that: he had worked a lot and now everything ended like that? That was nonsense! So, he changed something in the opera and this new version was represented in 1806: now, everything could be fine, the French had went back to France, the opera was brilliant...


"Did you enjoy your stay in Vienna?"
"Well, you know... the Austrian people are strange: they kept on saying Fidelio, Fidelio and looked at us!"



...but now Beethoven himself didn't like the result and kept on re-writing the opera. It became sort of a hobby: when he had a little free time, instead of doing crosswords, he wrote music for Fidelio. The only problem was that Beethoven didn't have much free time and the final version of the opera was represented only in 1814.

So, if we want to sum up, Beethoven wrote three versions of Fidelio:
  1. The first version was represented in 1805 in front of an audience composed mainly by French soldiers
  2. The second version, which is a little bit different from the first, was represented in 1806
  3. The third version, which is the one which is played today and which is very different from the other two, was first represented in 1814
Fidelio didn't have a great success when it was first represented. It was only in the 1820s that the opera became very popular and represented everywhere in Austria and in Germany. Why? Well, like in detective stories what you have to do is to look for the woman, cherchez la femme, as the French say. And the woman, in this case, is a very famous opera singer of the XIX Century: Wilhelmine Schröder-Devrient.




Frau Schröder-Devrient is a very important figure in history of music for many reasons: she inspired very much Richard Wagner when he was moving the first steps in the world of opera and she supported him while, in the 1840s, both she and Wagner lived in Dresden: she invited him at her house and, what's more, she sang in the first representation of many Wagner's operas (Rienzi, The Flying Dutchman, Tannhäuser). Which is quite kind from her part, given that at the time she was a very famous opera singer and Richard Wagner a quite unknown composer who hadn't had success in Paris some years before. The importance of Wilhelmine for Wagner's career is shown by the fact that Wagner, who liked to speak ill of everybody, always expressed a deep respect and gratitude to Schröder-Devrient.

Well, Wilhelmine Schröder-Devrient had sung in Fidelio when she was seventeen and she'd liked the opera. So, when she became famous, she began to play Fidelio in all the theatres in Germany and she made the German audience love this opera. Fidelio began to be represented more and more in German theatres and it still is today.

Thank you, Wilhelmine!

3. The three Leonores: back to the beginning!


Now we know everything about Fidelio (well, we haven't talked very much about the plot, but I promise I'll do that in another post) and we can talk about what we were saying in the beginning of this post: we can talk about the three Leonore overtures.

We've said that Beethoven wrote, re-wrote and re-wrote again Fidelio and one of the things that he didn't like and that he kept on changing was the overture to the opera. In 1805, for the first representation of Fidelio (yes, the representation in front of the French soldiers), he wrote the overture which now is known as Leonora II...




...then, in 1806, for the representation of the second version of the opera, he changed the overture and wrote Leonora III. Wait, wait... and Leonora I? Well, Leonora I was written later, for a representation of Fidelio which had to take place in Prague (and which at last didn't take place).

But Beethoven didn't like the three Leonore overtures and there's a reason for that: they were wonderful, maybe a bit too long but musically stunning, but they had a problem: they revealed to the audience how the opera ended. In order to understand this, I have to make a little spoiler and say what's the end of Fidelio: in the end of Fidelio, Leonore, who until now has been disguised as a man, reveals her real identity and saves Florestan from death by pointing a gun against Don Pizarro, the governor of the prison. She'd probably kill him but suddenly...





...the trumpet plays and a man sent by the king of Spain arrives, sets Florestan free and arrests Don Pizarro.

Well, all three Leonore overtures have in the end this here-come-the-goodies trumpet sound. So, from the very beginning of the opera you know that in the end the man sent by the king of Spain will come and set everyone free. Which is not exactly very good, from a theatrical point of view.

So, Beethoven at last decided to write a short overture, which was featured in the 1814 version of Fidelio and which is the one we can listen to nowadays. The three Leonore overtures continued and still continue to be played in concerts, since they're really beautiful. Mahler used to play Leonore III before Fidelio's act II and many conductors did that after him, even if this tradition is less followed today.

So, can you understand now what was my problem with Baremboim's choice? He used Leonore II instead of the traditional Fidelio overture, but Beethoven himself had rejected Leonore II as an overture to Fidelio and had decided to replace it with the overture we can listen to nowadays!

But, after all, Fidelio is a wonderful opera and I hope you'll go and listen to it. I will write again soon and we'll talk about the operas of Verdi you should absolutely listen to.

See you soon!







lunedì 9 febbraio 2015

Opera characters - Jean de Procida at the mirror: talking about "Les Vêpres siciliennes"...

I don't know if you've ever seen Verdi's Les Vêpres siciliennes. You should, really. Great opera, great story, great music, great overture (have you ever listened to the Vêpres's overture? If you haven't, you can listen to it here below).



Well, I've just a little problem with the first act, which is really boring and which involves really boring music, but the rest is really OK. Wonderful. I want to talk about a character of this opera today, Jean de Procida but first I think we should say something about the opera we're talking about.

1. What are Les Vêpres siciliennes?

It is a Grand Opéra. Which, in French, means "Big Opera". The Grand Opéra is the name we give to the operas which were made in France from the 1830s up to the 1860s: in fact, all those operas had lot in common.

Like what? Well, you know that French world... la grandeur. Well, la grandeur is in everything, in the Grand Opéra. Common operas have a choir, the Grand Opéras had a big choir. Common operas have some walking-on parts, Grand Opéras have plenty of them, a huge number and the more they are, the more Grand Opératic is the Grand Opéra. Common operas may sometimes have some little ballets, Grand Opéras have very long ballets with dozens of dancers and which last for a very long time. For instance, in Les Vêpres siciliennes we have in the second act a very long ballet which lasts thirty minutes and which has absolutely nothing to do with the rest of the Opera. There is a dancing party, people dance for half an hour and that's it. No apparent relation with the rest of the Opera.

Great, isn't it?

Well, I think that right now you should know what a Grand Opéra is. We need to add something: in fact, Grand Opéras talk always about history. And Les Vêpres siciliennes talk about history: they talk about a revolt which took place in the city of Palermo in the late Thirteenth Century against the French, who had the power in Sicily at the time.

2. What do they talk about?

Have you ever seen the I-am-your-father-Luke scene of "Star wars"?


Well, Les Vêpres siciliennes are a long version of that scene. We have a young rebel, Arrigo, who fights for the freedom of his beloved Sicily and for the love of the noblewoman Elena, who is herself a rebel against the French invaders after the French killed her brother, and his arch-enemy, the French Governor of Sicily Guy de Montfort. In the first act, everything goes as we can imagine: Arrigo plains with his friend Jean de Procida to throw the French out of Sicily, Guy de Montfort plays his "arch-enemy" part and everybody's happy.

But in the second act... here's the problem. In fact, we discover that Arrigo is the son of Guy de Montfort (woops...) and so he cannot be anymore an enemy of his. And so, what will Arrigo do now? What happens next?

We have to wait to know that. In fact, here comes the great ballet I was talking in the beginning of this post. In the palace of the Governor, a dancing party takes place and we have to wait until a forty-minutes ballets ends to know the rest of the story. If you want to feel the thrill of not being able to know what will happen in Arrigo's story for forty minutes, I put here below the full music of the ballet so that you can listen to it... and wait.




Now, after the party Arrigo meets his old friends Procida and Elena and discovers they're planning to kill Guy de Montfort. But now he knows that Guy is his father and he cannot allow his father to be killed! So he betrays his friends and they're arrested and sentenced to death.

But Arrigo doesn't want his friends to die. Well, probably he's not so interested in Procida's fate, but he loves Elena and so he doesn't want her to die. So he goes to her, explains her the little thing he discovered about his father (something like this: "Sorry, my dear, I didn't want you to be killed, but I had suddenly discovered that the father I'd never knew was the bloody tyrant you were going to kill!") and asks Guy de Montfort to set her and Procida free or kill him with them. Guy shows to be a good man, after all, sets them free and decides to celebrate the marriage of Arrigo and Elena in order to promote peace between French and Sicilians.

Well, that's a happy ending!

3. Sind Sie Florestan, Herr Procida?

There's only a problem: this is not the end. In fact, during the marriage, Procida, who hasn't forgot his desire of freedom and vengeance against the French despite the brand new peace Guy is trying to promote, enters the Church with his men and kills a lot of French and Guy de Montfort himself.

And this makes us think...

Well, the end of Les Vêpres siciliennes is pretty much the same as the end of Fidelio: the hero kills the tyrant and set everyone free. But is Procida a hero as Fidelio/Leonora and her husband Florestan were in Fidelio?

I think he is: he has the same strong desire for freedom, the same strong desire for freedom Fidelio and Florestan have in the Beethoven Opera. Despite that, we can't be on Procida's side when he kills Guy de Montfort - we would prefer Guy to live and be a father for Arrigo - while at the end of Fidelio we're all happy when Don Pizarro is defeated.

Why?

I think that this difference between the feeling we have at the end of Fidelio (relief for the defeat of the tyrant) and the one we have at the end of Les Vêpres siciliennes (sadness for the death of Guy) is due simply to the different way in which Beethoven and Verdi tell the story.

While listening and watching Fidelio, in fact, we don't feel as if we were watching real people on the scene: Florestan and Leonora are symbols, Don Pizarro is a symbol too, the two lovers are symbols of the ideal of freedom, Don Pizarro is the symbol of the tyrant, so Don Pizarro has to be defeated and Leonora and Florestan have to win. Very simple, indeed.

In Les Vêpres siciliennes things are a little bit more difficult. Guy de Montfort is not only the tyrant: we see him on the scene trying to be a caring father, he seems more interested in being a father to that son he lost a long time before than in killing Sicilians or being a tyrant. So, when Procida kills him, we don't like this because Verdi showed us the human side of Guy de Montfort, his desire for peace, while Procida's constant desire for death and for killing French makes of him a sort of Dostoevskian Demon, constantly struggling to make his plans and his ideals come true without caring how much pain and blood this could cost.

Guy, in the opera, changes his point of view, from repression to a sincere desire for peace. Procida does not. Procida keeps on desiring the defeat and the death of the French even when Guy saves his life, even when he knows the identity of Arrigo's father, even when Elena says him he loves Arrigo. He has only his idea of freedom in mind and no human being can stop him from achieving it.

Procida is a little bit inhuman, other people's stories can't make him change his plans: he has to kill a symbol (Guy de Monfort, who represents the tyrant) and he does, no matter how much this costs.

He reminds me a little bit of the great dictators of the XX Century: they had great plans too and they applied them without caring about the pain and the death they costed. He reminds me also of modern terrorists - but also of the ancient ones, as we can read in Dostoevskij's Demons: they create a symbol, they then act to destroy it and they don't know or don't care that behind that symbol there's a man or a woman, with his or her dreams, his or her desires (Guy's desires to be a father to Arrigo, for instance). They act and kill, with the same inhumanity Procida shows in killing Guy de Montfort.

Because symbols are simpler to kill than men or women, aren't they?

À bientôt!