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domenica 17 maggio 2015

Fuori di Topic: the Sheriff is in town. Andy Burnham e il ritorno degli "sceriffi rossi"

(Domani finiamo il nostro discorso su Fidelio, prometto!)

1. Il distintivo a sinistra: breve cronistoria degli sceriffi rossi

Nel beato mondo della sinistra italiana pre-2011, oltre alla mitica società civile (che era un po' come il sesso, se ne parlava tanto, ma ce n'era molto poca), c'erano delle figure che, a seconda dei punti di vista, scatenavano entusiasmi oppure generavano un istintivo rigetto. Erano i sindaci-sceriffi, cioè esponenti dei partiti progressisti che però si opponevano a quello che era percepito come un certo laissez-faire della sinistra sui temi dell'immigrazione e della legalità e si proponevano come muscolari campioni dell'ordine nelle città in cui erano eletti. Gli esempi sono molti, da Cofferati a Bologna al redivivo De Luca a Salerno, passando per il fiorentino Cioni (che sindaco non era), con le sue discusse ordinanze contro i lavavetri, e per Flavio Zanonato, poi ministro del governo Letta, che nella sua Padova fece costruire un bel muro per stroncare il traffico di droga.

Se la presentazione di questi politici da parte della stampa poteva essere talvolta macchiettistica e se molto spesso le loro stesse modalità comunicative non erano esattamente indovinate, l'idea che portava a questo tipo di linea politica aveva una sua razionalità: in pratica, questi sindaci prendevano atto del fatto che le fasce più deboli - storicamente tutelate dalla sinistra - si sentivano sempre più minacciate dalla piccola criminalità e cercavano di dare delle risposte in termini di ripristino della legalità. Giusta o sbagliata che fosse (ognuno può giudicare in coscienza), questa era la tesi propugnata da questi esponenti politici, la cui eredità non si è comunque ancora spenta, se è vero che non più tardi di un anno fa, il renzianissimo Dario Nardella, durante la campagna elettorale per le elezioni a sindaco di Firenze, aveva avuto la brillante idea di proporre un foglio di via per i mendicanti.

Ma la tolleranza zero contro delinquenti e immigrati da parte di esponenti di sinistra non è un fenomeno italiano, come talvolta si pensa (ah, è colpa della Lega!). Per dire, il primo ministro francese Manuel Valls quando era ancora Ministro dell'Interno aveva costruito gran parte della sua popolarità sulla sua immagine di intransigente tutore della legalità e su affermazioni del tipo: "Noi non siamo qui per accogliere i Rom", come possiamo vedere nel video seguente:


E che dire di Gordon Brown, che nel 2007 insisteva sulla necessità di creare "British jobs for British workers" e che in seguito, nel 2009, come Primo Ministro, intervenne a sostegno dei lavoratori (britannici) della Lindsey Oil Company in sciopero contro la decisione della compagnia di assumere, in un'area ad alta disoccupazione, un elevato numero di operai italiani (!) e portoghesi. La presa di posizione di Brown era peraltro anche comprensibile in un momento storico in cui la disoccupazione tra i lavoratori nati nel Regno Unito aumentava mentre quella tra i lavoratori nati al di fuori degli UK diminuiva, come mostrava il Daily Mail in quei giorni:


Quindi, il caso italiano non è isolato e personalmente ritengo che ci sia una ragione per questo: questo tipo di atteggiamento rappresenta, a mio parere, un po' il risultato della mutazione genetica della sinistra dagli anni Ottanta in poi. Accettando in modo acritico i meccanismi della globalizzazione e cercando anzi di favorirli, la sinistra ha di fatto lasciato un'intera classe sociale di lavoratori poco qualificati senza alcuna protezione ed esposta alla concorrenza di paesi in cui la manodopera ha un costo minore. Certo, si è cercato di ridurre questi lavoratori poco qualificati puntando sull'istruzione e sulla formazione (il solito "Education, education, education" di Blair), ma è stato inevitabile che questi soggetti non si sentissero più tutelati dalla sinistra tradizionale e che ascoltassero le sirene dei partiti protezionisti e xenofobi, che rivolgevano l'attenzione più contro i delinquenti, gli immigrati, i Rom e in generale verso tutto ciò che veniva avvertito come pericoloso socialmente piuttosto che contro i reali meccanismi che portavano all'impoverimento e alla riduzione di tutele della classe lavoratrice. Ai successi elettorali di questi partiti, abbastanza frequenti a partire dagli anni Novanta (vedi i successi della Lega in Italia, le vittorie elettorali di Haider in Carinzia e in Austria e l'accesso di Le Pen al secondo turno alle elezioni francesi del 2002 eliminando il candidato socialista Jospin), i politici di sinistra cercarono di rispondere non tanto rinnegando le proprie politiche, quanto incamerando nel loro discorso alcune parti della retorica dei partiti xenofobi.

In altre parole, il problema che la sinistra si è posta non è stato: "Come facciamo a tutelare chi è meno tutelato e chi è senza protezione di fronte alla globalizzazione?" ma: "Come possiamo contrastare la Lega/il Front National/Haider/altro-partito-random sul terreno della lotta all'immigrazione e alla criminalità?".

Il risultato è stato l'emergere degli "sceriffi rossi" in Italia, in Francia e altrove.

2. The new boy in town: Andy Burnham

L'ultima variazione sul tema degli sceriffi rossi viene dai laburisti inglesi, che, come abbiamo detto in precedenza, sono in piena lotta intestina per decidere il nuovo leader. Il nome nuovo, dopo il ritiro dell'"Obama britannico" (?) Chuka Umunna, è quello del ministro-ombra per la sanità Andy Burnham. In una corsa alla leadership fatta di tanti piccoli emuli di Blair alfieri del "ritorno al centro", Burnham si presenta come il candidato sostenuto da Len McCluskey, il segretario generale della principale Union che supporta il partito laburista, e quindi si pone in una più marcata continuità con l'operato di Miliband.

Andy Burnham (foto Reuters)

Ovviamente, lui fa molta attenzione a presentarsi come candidato "di tutti" e sottolinea sempre di non condividere né le tesi di chi richiede un blairiano "ritorno al centro", né quelle di chi, come McCluskey, chiede una "svolta a sinistra" e ricorda di essere sostenuto anche da esponenti storicamente vicini a Blair. Possiamo vedere nel seguente video come Burnham cerchi di presentarsi come il "candidato del cambiamento" rispetto a Miliband e di mostrare il suo rifiuto sia delle posizioni dei Blairiani di Mandelson che di quelle di McCluskey ("Both approaches are wrong"):


Comunque, l'evento che ha posto Burnham al centro del dibattito politico britannico è di questa mattina: Burnham, parlando all'Andrew Marr Show, sulla BBC, ha dichiarato che il referendum sull'appartenenza del Regno Unito all'Unione Europea si dovrebbe fare il prima possibile e che Cameron dovrebbe impegnarsi per ottenere che i cittadini europei che arrivano nel Regno Unito non possano avere accesso per due anni a nessun tipo di sussidio e per ottenere delle restrizioni all'operato delle agenzie che portano nel Regno Unito lavoratori dell'Europa dell'Est che sono pagati meno del salario minimo. Lui, comunque, sottolinea che la sua posizione, in un eventuale referendum sull'Unione Europea, sarebbe favorevole alla permanenza del Regno Unito nell'UE.

Un nuovo sceriffo è in città? Ce lo dirà solo il tempo. Il dubbio che resta è che forse sarebbe meglio, per vincere le elezioni, smettere di credere che i tagli siano di sinistra, che la precarietà porti tanto benessere e che il trattato di Maastricht sia stato scritto da Marx, piuttosto che utilizzare lo stesso apparato intellettuale della destra e cercare poi di farsi votare gridando "dagli all'immigrato!". Sarebbe più proficuo, anche perché gli sceriffi rossi raramente hanno fatto carriera. Come dire: di solito, tra la destra populista e xenofoba e la sinistra che fa finta di essere populista e xenofoba, gli elettori scelgono l'originale.

Vedremo se il buon Andy riuscirà a smentirci.

Noi ci vediamo domani con l'ultima puntata sul Fidelio. Per il momento...

Good night and good luck!

venerdì 15 maggio 2015

Fuori di topic: il Labour e il fantasma di Tony Benn

1. L'imporante è vincere? Il dibattito post-elettorale nel Labour

La sconfitta del Labour alle elezioni britanniche, di cui abbiamo parlato in un post precedente, ha scatenato un grande dibattito all'interno del partito tra chi sostiene che Miliband abbia perso perché non è andato abbastanza a sinistra (posizione che personalmente condivido) e chi, come la vecchia guardia del New Labour, da Tony Blair in giù, sostiene invece che i laburisti abbiano perso perché Miliband non è stato in grado di occupare il centro.

Le posizioni sono abbastanza polarizzate in materia, come si conviene a qualunque partito di sinistra che dopo aver perso apre er dibbattito interno, e il che è anche abbastanza comprensibile, dal momento che Miliband si è dimesso dalla guida del partito e che la lotta per la leadership del Labour Party è cominciata. E' un dibattito tra due visioni, tra una parte del partito che spinge per uno spostamento dell'asse del Labour a sinistra e il ritorno della visione blairiana che sostiene che sia necessario accettare dei compromessi introducendo nel proprio linguaggio massicce dosi del consensus neo-liberale (fiducia quasi cieca nel mercato, valorizzazione dell'individuo e dell'individualismo rispetto alla società, assunzione di una posizione acriticamente in favore delle grandi imprese creatrici di impiego e dei meccanismi della globalizzazione) per poter vincere le elezioni e per poter poi riuscire a ottenere dei miglioramenti delle condizioni dei lavoratori. Blair dice, in un suo intervento recente, più o meno questo: certo, quando siamo andati al governo siamo riusciti ad ottenere delle tutele per i lavoratori come il salario minimo, ma per farlo abbiamo dovuto proporre in campagna elettorale un discorso più ampio. E' forse utile ricordare, comunque, quali concessioni richiedesse questo "discorso più ampio": la visione blairiana della necessità di non contrastare i meccanismi della globalizzazione ma di favorirli e di cercare di tutelare i lavoratori, più che con il vecchio assistenzialismo socialdemocratico, promuovendo l'educazione e la formazione (Education, education, education è stato uno degli slogan di maggior successo di Blair, come possiamo vedere nel video seguente)...


...ha portato, una volta adottata e applicata anche dai partiti socialdemocratici e progressisti del resto d'Europa, degli effetti abbastanza curiosi, dall'introduzione del precariato con la legge Treu da parte del Governo Prodi (a parziale discolpa del quale va detto comunque che l'Italia si portava dietro da più di un decennio una disoccupazione superiore al 10%) alle splendide leggi Hartz del socialdemocratico tedesco Schroeder che hanno portato tanti tedeschi ad essere dei "working poors", cioè delle persone che, pur lavorando, hanno bisogno di sussidi per sopravvivere. In pratica, leggi di destra (e contrarie agli interessi dei lavoratori) fatte da governi di sinistra, alla faccia della giustificazione blairiana "Noi facciamo finta di essere di destra per fregare gli elettori e poi quando andiamo al governo facciamo leggi di sinistra". Ma lasciamo tutto questo alle spalle e torniamo al dibattito interno del partito laburista.

L'ultimo intervento in materia - dopo la lettera in cui Tony Blair che aveva dato fuoco alle polveri sostenendo che il Labour avrebbe potuto vincere le elezioni nel 2020 solo "recuperando il centro" - è stato di Len McCluskey, segretario generale di Unite, il principale sindacato che sostiene il Labour. In una lettera al Guardian, McCluskey ha sostenuto che la sconfitta laburista alla General Election non sia stata dovuta al fatto che il partito aveva assunto una linea troppo di sinistra. Partiti con programmi più a sinistra del Labour come il Green Party e lo Scottish National Party, dice McCluskey, hanno ottenuto molti voti e la sconfitta elettorale è stata a suo parere dovuta principalmente a una "mancanza di coraggio" di Miliband: "Ed the Red", che era stato sostenuto peraltro dalle Unions nella lotta per la leadership contro il fratello David, avrebbe accettato di affrontare i Tories sul loro stesso terreno - cioè quello dei tagli e dell'equilibrio di bilancio - senza rendersi conto che "nessuno avrebbe mai potuto credere che i Laburisti avrebbero condotto i tagli alla spesa meglio dei Conservatori".

I Laburisti sembrano pertanto stretti tra il desiderio di una parte del partito di tornare al passato - a quel centrismo del New Labour che si era impantanato nelle secche della guerra in Iraq e che era stato in parte disconosciuto già da Gordon Brown quando era diventato primo ministro al posto di Blair - e il desiderio di spostare la linea del partito più a sinistra per non rischiare di diventare una brutta copia dei Conservatori. Come è stato detto in questi giorni post-elettorali in risposta alla lettera di Blair, insomma, una parte del Labour sostiene di "non poter accettare che diventi di sinistra quello che fino a poco tempo fa era di destra o addirittura di estrema destra, come tagliare il Welfare o chiudere le frontiere".

2. Lo spettro di Tony Benn

La questione è che questo dibattito la sinistra britannica l'ha già vissuto nell'era thatcheriana. Anzi, seguendo il dibattito di questi giorni verrebbe da dire che uno spettro si aggira per il Regno Unito, lo spettro di Tony Benn.



Tony Benn, recentemente scomparso, è stato uno dei simboli della sinistra britannica. Ministro laburista alla fine degli anni Sessanta, Benn ebbe il suo momento di massima influenza politica nei primi anni del thatcherismo, in cui riuscì a spostare la linea del Labour su posizioni quasi di estrema sinistra. Il risultato dell'influenza di Benn sul Labour Party fu la disastrosa sconfitta del partito alle elezioni del 1983, in cui Benn stesso perse il suo seggio alla Camera dei Comuni e che fu tuttavia salutata con favore da questi, che disse: "Per la prima volta dal 1945 un partito politico con un programma apertamente socialista ha ricevuto il sostegno di più di otto milioni e mezzo di persone". Dopo il 1983, la carriera di Benn entrò in una fase discendente: fu sconfitto nelle elezioni per la leadership del Labour Party da Neil Kinnock nel 1988 e con Kinnock il Labour si allontanò dalle posizioni di Benn, iniziando un percorso di trasformazione che culminerà poi con l'elezione alla guida del partito di Tony Blair. La leadership di Blair sancirà la fine del "vecchio" Labour e l'inizio del New Labour affermando in modo chiaro la posizione del partito laburista a sostegno del libero mercato ed eliminando la Clause IV della costituzione del Labour, che affermava che uno dei fini del partito era:

Assicurare ai lavoratori manuali o intellettuali il frutto della loro attività e una più equa distribuzione [...] sulla base della proprietà comune dei mezzi di produzione, di distribuzione e di scambio [...]

Blair diceva, parlando di Benn, che questi era un predicatore, ma che "i generali e non i predicatori vincono le battaglie". La figura di Benn ottenne nuova visibilità quando questi si pose alla guida del movimento contro la guerra in Iraq. Tony Benn si è spento a Londra nel marzo del 2014.

Ora, mi rendo conto che il quadro che è stato fatto può far apparire Benn come una sorta di alfiere della vecchia-sinistra-che-sa-solo-perdere di renziana memoria, contrapposto a Blair che invece sì che sa come si vince. Sulla vecchia sinistra di cui parla Renzi forse qualcosa da dire ce l'avrei; di fatto, a parte poche persone di spessore come Stefano Fassina, la sinistra del partito di maggioranza italiano è costituita più che altro da membri dell'allegra combriccola bersaniana che sostennero le riforme fortemente di destra del governo Monti, salvo poi risvegliarsi socialdemocratici dopo aver perso le elezioni e dopo aver perso perfino la leadership di un partito che avevano sempre creduto essere una sorta di proprietà privata della classe dirigente proveniente dal PCI-PDS-DS.

Benn invece era un galantuomo, fu sempre fortemente coerente con le sue idee e resta per tanti (me compreso) una figura di ispirazione nella lotta contro le disuguaglianze sociali, soprattutto oggi che tali disuguaglianze si fanno più marcate e stridenti in un sistema economico basato sulla stagnazione dei salari reali e sul rapido arricchimento di una piccola quota di grandi capitalisti. Forse, la lezione di Benn sulla necessità di coniugare il rispetto delle istituzioni democratiche con una politica in favore dei più deboli serve più oggi che allora.

Credo che quindi sia necessario precisare qualcosa. In primo luogo, le elezioni del 1983 si svolsero in un clima molto particolare. La Thatcher, che subito dopo la sua elezione nel 1979 aveva visto la sua popolarità nei sondaggi crollare, era riuscita a riportare alle stelle la propria immagine grazie al successo nella guerra delle Falklands-Malvinas. Quindi, verosimilmente la leggenda della Thatcher che vince grazie alle sue "coraggiose politiche di destra" contro un Labour Party socialista ed estremista è falsa e la Thatcher vinse probabilmente (soprattutto) grazie alla sua campagna militare contro l'Argentina. Quindi, Benn avrà le sue responsabilità (perché comunque lui stesso perse il proprio seggio), ma forse anche una certa nostalgia imperialista da parte di una quota dei sudditi di Sua Maestà ebbe un ruolo nel risultato elettorale del 1983.

Secondo: i tempi cambiano, per cui non è detto che le risposte debbano sempre essere le stesse. All'epoca di Benn, spostare a sinistra l'asse del Labour party fu un errore (anche perché alla fine Benn non creò una visione nuova di cosa volesse dire essere di sinistra dopo la crisi del Welfare State, ma si limitò a riproporre il vecchio mantra laburista delle nazionalizzazioni massicce) e invece fu lungimirante, elettoralmente, adottare in seguito una linea maggiormente centrista. Oggi può darsi che sia vero il contrario.

Comunque, la battaglia nel Labour è aperta e possiamo scommettere che ci sarà da divertirsi.